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Bellezza è comunità.
La funzione pubblica dell’opera d’arte e il ruolo degli artisti

L’intervista di Rachele Gatto a Petrit Halilaj e Marta Papini
15 Apr 2026

L’arte pubblica viene spesso associata alla grande famiglia dell’arte contemporanea, la cui definizione è ancora oggi popolarmente nebulosa e semisconosciuta. Cosa si intende, dunque, per arte pubblica?

[Halilaj] Lavorare nello spazio pubblico significa per me attivare i luoghi in modi nuovi, aprire una riflessione su come si abita lo spazio e su cosa significhi condividerlo. Quando il lavoro nasce dal dialogo con le persone che abitano quello spazio, l’opera diventa un atto condiviso, un intreccio di voci e memorie. Il coinvolgimento della comunità non è un semplice processo partecipativo, ma qualcosa di organico, come se l’opera crescesse da sé, nutrita dalle relazioni che la attraversano. Quando emerge da un confronto autentico e da una partecipazione attiva, il risultato non è solo un oggetto o un’installazione, ma un’azione che favorisce la coesione sociale in modo più profondo e duraturo.

[Papini] L’arte pubblica oggi non è definita solo dalla sua collocazione fisica, ma dalla capacità di generare relazioni e di attivare processi piuttosto che offrire al pubblico oggetti finiti e chiusi, che non lasciano spazio all’interpretazione. Se contasse solo il dove potremmo accontentarci dell’arte pubblica che già abbonda nelle nostre piazze, quella dei monumenti ideati per celebrare e ostentare il potere costituito, o i grandi protagonisti della Storia. A partire dagli anni Novanta invece, l’arte nello spazio pubblico si afferma in Italia superando le logiche celebrative e di arredo urbano, creando presenze che cambiano chi le guarda. La questione centrale dal mio punto di vista non è il dove, ma il come: come quell’opera entra in relazione con chi abita quel luogo, con la sua storia e con le sue contraddizioni.

Come definisce il ruolo dell’arte in contesti pubblici? Quali responsabilità ha verso il pubblico?

[Halilaj] L’arte nello spazio pubblico ha l’opportunità di portare alle estreme conseguenze quello che l’arte contemporanea può fare: non si limita a occupare uno spazio, ma ha la forza di trasformarlo in un campo di possibilità, un terreno fertile in cui fare crescere un pensiero. Non è mai solo una questione estetica e poetica, né solamente sociale o politica. Significa prendere una posizione, ma al contempo saper accogliere e immaginare. Questa possibilità è la dimensione più affascinante dell’arte pubblica.

[Papini] L’arte ha la libertà e la possibilità di proporre nuove visioni, di immaginare futuri possibili. In questo senso, può diventare un elemento mobilitante, perché non si limita a rappresentare la realtà, ma la interroga e la trasforma, generando un senso di potenziale collettivo. Credo sia fondamentale mettere in discussione l’idea stessa di centralità e dare spazio e importanza a narrazioni che si sviluppano ai margini, per restituire dignità a ciò che è stato ignorato o emarginato.

Da dove nasce e come si colloca l’opera Abetare (un giorno a scuola) in tutto questo?

[Halilaj] Abetare, che in albanese significa abecedario, prende il nome dal libro illustrato con cui ho imparato a leggere e scrivere. Era un testo strutturato in modo che ogni lettera dell’alfabeto avesse una lezione connessa con disegni e testi. Nel 2010, sono tornato a Runik, il villaggio in Kosovo dove a cinque anni mi sono trasferito con la famiglia: ho notato che la mia vecchia scuola elementare, un luogo sopravvissuto alla guerra, stava per essere demolita. Quando iniziai a filmare i banchi accatastati all’esterno, un gruppo di bambini mi chiamò per mostrarmi da vicino cosa c’era sopra: disegni, graffiti, incisioni, stratificati nel tempo. Erano segni lasciati da generazioni di studenti che avevano vissuto il crollo della Jugoslavia, la guerra, la ricostruzione. Così è nata la serie. Una raccolta di disegni trovati sui banchi, tra cui case, animali, cuori, riferimenti alla guerra e alla pop culture, che poi ho combinato tra loro e trasformato in sculture monumentali in acciaio o bronzo. Questi frammenti dell’immaginario infantile, ingranditi e tradotti in tre dimensioni sono qualcosa di universale. Sono il modo in cui i bambini, in ogni epoca, trasformano ciò che li circonda in qualcosa di personale e magico. Negli anni, il progetto si è ampliato: ho cercato disegni in scuole abbandonate in tutti i Balcani – Albania, Bosnia, Croazia, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia, Slovenia – e ora anche a Dogliani, in Italia. Ogni nuovo luogo aggiunge uno strato alla mappa intima che sto costruendo, una geografia emotiva che si sovrappone a quella ufficiale.

[Papini] Abetare (un giorno a scuola) fa parte di Radis, il progetto di arte nello spazio pubblico ideato e promosso dalla Fondazione Arte CRT in collaborazione con la Fondazione CRC, di cui sono la curatrice. Radis si dedica a promuovere interventi di arte pubblica in piccoli centri del Piemonte, intervenendo sul territorio piemontese attraverso un percorso di coinvolgimento di abitanti, enti locali e associazioni. Le opere nascono da un dialogo profondo con il territorio. Il progetto non è inteso come un formato rigido, ma gioca tutto sulla costruzione di una relazione, sia con l’artista sia con il contesto, agendo come una coreografia che suggerisce un percorso, ma lascia spazio all’interpretazione individuale. L’opera di Petrit Halilaj a Dogliani è emblematica in questo senso: non è un monumento statico, ma un luogo di memoria condivisa che cresce con chi lo frequenta, che cambia con le stagioni, con le storie che vi si depositano.

Abetare (un giorno a scuola) quindi è una fiera celebrazione dell’immaginario infantile, che connette territori diversi e lontani, uniti dallo stupore dello sguardo dei bambini. In che modo l’opera riesce a creare tali connessioni, ad elaborare traumi storici e ricostruire quel senso di comunità proprio dell’arte pubblica?

[Halilaj] I disegni dei bambini sono, per me, una porta verso la libertà. L’universo infantile è stratificato e infinitamente complesso. Tragedia, speranza, fantasia e realtà coesistono in simultaneità disordinata. Questi disegni racchiudono verità che spesso gli adulti non riescono a esprimere. I bambini hanno una straordinaria capacità di assorbire e processare situazioni difficili con gioco e leggerezza, manifestando grande resilienza.

[Papini] L’opera dimostra come i segni privati possono diventare un simbolo di un’infanzia universale e un ponte che connette comunità diverse. Con Abetare (un giorno a scuola), i disegni incisi sui banchi, tracce private e quasi invisibili, diventano, attraverso l’opera, un monumento collettivo, simbolo di un’infanzia universale. L’opera non impone un significato, ma crea uno spazio in cui ognuno può proiettare la propria memoria o desiderio.

Come vede il suo lavoro in un momento storico così complesso, in cui l’arte è sempre più chiamata ad avere parola in ciò che le accade intorno? Quali sono le prospettive future?

[Halilaj] Nei miei lavori cerco spesso di decentrare la narrazione, includendo voci periferiche e spazi nascosti. Forse è questo il modo più onesto di pensare all’arte pubblica oggi: non come un centro, ma come un campo aperto di possibilità, capace di accogliere anche il cambiamento e di evolversi nel tempo. Quando chi osserva o abita l’opera si sente trasportato in un altro regno, si crea una dimensione intima e condivisa allo stesso tempo. Credo che la monumentalità non sia definita né dalla scala né dal materiale dell’opera, ma dal modo in cui le persone se ne appropriano e la vivono. È questa capacità di trasformazione che rende un’opera un “monumento”.

[Papini] Per quanto riguarda l’Italia, l’arte pubblica spesso dipende da iniziative isolate o finanziamenti discontinui, in assenza di politiche nazionali coordinate. Inoltre, la possibilità di lavorare su temporalità lunghe è qualcosa che qui manca rispetto all’estero. Il futuro dell’arte pubblica dipende dal riconoscere che lo spazio pubblico non è uno sfondo neutro da abbellire, ma un campo relazionale orientato verso forme sempre più partecipative e attente alle questioni sociali ed ecologiche. Ritengo necessario affrontare senza compromessi la questione dello spazio pubblico sempre più asettico e sorvegliato: non limitarsi a decorarlo, ma sabotare la sua neutralità, introducendo attriti, domande e possibilità impreviste. Mi immagino un futuro dove l’arte pubblica resista alla spettacolarizzazione e sia più relazionale, meno monumentale e iconica e più processuale.

“La bellezza salverà il mondo” recita una celebre e abusata citazione di Fëdor Dostoevskij.
Per concludere: cos’è per lei la bellezza e, soprattutto, può davvero essere collettiva?

[Halilaj] L’arte e la bellezza sono anche una forma di sopravvivenza e di gioco. Mi permettono di esplorare e immaginare altre possibilità. Ancora oggi, il mio lavoro è un modo per tornare a Runik, alle mie origini, alle prime domande essenziali. E, soprattutto, è un modo per interrogare la storia che continua a ripetersi. Attraverso l’arte cerco di trasformare traumi, paure e memorie in qualcosa che apre, che libera, che vola. Vorrei che il futuro somigliasse meno alla violenza del passato e più a un paesaggio dove possiamo respirare, desiderare, inventare altre forme di vita insieme. Attraverso l’arte, ho sviluppato un senso di casa più ampio. Trovo casa non solo a Runik, ma anche in molti altri luoghi. Questo senso di appartenenza espansa mi permette di connettermi al mondo.

[Papini] L’arte contemporanea ha abbandonato da tempo il concetto canonico di bellezza: la sfida si è spostata dall’esplorare la bellezza come categoria astratta o canone estetico all’attivare la sua capacità di diventare uno strumento di trasformazione. La bellezza di cui si parla non è un ornamento o un’armonia perfetta, ma una forza attiva: qualcosa che può guarire, unire, aprire nuove possibilità di senso. È vero che l’incontro con l’arte inizia spesso come un’esperienza intima e personale: quando l’arte pubblica funziona, quella fruizione intima diventa per forza di cose condivisa, e si trasforma in una sensibilità comune. Non cancella la dimensione personale, ma la amplifica, mettendola in dialogo con altre storie e altri sguardi.

Foto in evidenza di: Giuliano Berti
Foto nell’articolo di: Fabrizio Spucches

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Petrit Halilaj

Nato nel 1986 a Kostërrc, in Kosovo. È il vincitore del Nasher Prize for Sculpture 2027 e ha tenuto mostre personali nei musei più importanti dell’arte contemporanea in giro per il mondo, tra cui l’Hamburger Bahnhof Museum for Contemporary Art, Berlino, l’Institut Giacometti, Parigi, il Metropolitan Museum of Art di New York, la Fondazione Merz di Torino e l’Hammer Museum di Los Angeles,
Halilaj ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Dal 2019 al 2025 è stato professore presso l’Ecole Nationale Supérieure des Beaux Arts de Paris, in Francia, insieme al suo partner e frequente collaboratore artistico, Álvaro Urbano.

Marta Papini

Nata a Reggio Emilia nel 1985, è una curatrice indipendente. È la curatrice di Radis, progetto quadriennale di arte pubblica ideato e promosso dalla Fondazione per l’Arte CRT in collaborazione con la Fondazione CRC. Nel 2026 ha curato la sezione Fotografia e dintorni ad Arte Fiera Bologna e sarà la curatrice, con Maurizio Cattelan, della mostra dedicata a Fabio Mauri presso il MAXXI L’Aquila.
È stata l’organizzatrice artistica de Il latte dei sogni, 59esima edizione della Biennale di Venezia.
Ha curato e organizzato diverse mostre e come curatrice ha ricoperto il ruolo di docente ospite presso varie istituzioni italiane, tra le quali: Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino; Fondazione per l’Arte CRT, Torino; School for Curatorial Studies, Venezia; È vincitrice del Premio Curatore della seconda edizione del Flash Art Italia Award 2026.