Ibridi, inclusivi, incompleti. Luoghi come incubatori di talenti

15 Apr 2026
Una società divisa in scatole e specializzazioni. C’è un tempo in cui, alle soglie del Novecento, la nostra vita urbana è stata ordinata per scatole e scomparti. L’istruzione è stata affidata alle scuole, l’arte ai musei, la cultura alle biblioteche, la natura ai parchi, la salute agli ospedali, lo sport alle palestre, il sacro alle chiese. Anche oggi i luoghi della città sono suddivisi in base a specializzazioni e competenze: posti diversi per persone diverse, posti distinti per funzioni distinte. Ai bambini in età prescolare è consentito muoversi entro spazi loro dedicati: il nido e la scuola dell’infanzia, il parco giochi e la ludoteca. Ragazzi e adolescenti hanno spazi ancor più circoscritti: il campo da calcio o da basket, il centro aggregativo o l’oratorio. Agli anziani, quando non sono ricoverati in case di cura, è concesso frequentare luoghi ricreativi loro dedicati. Anche gli immigrati da poco arrivati in città trovano subito le loro “scatole”: la scuola di italiano, la questura per il rinnovo dei documenti, luoghi etnici o religiosi come la moschea o la Chiesa ortodossa. Questa logica è ancor più radicale in relazione ad ambienti come il carcere, che assume un ruolo contenitivo più che riabilitativo. Chi vi opera sa come uno dei passaggi più duri e difficili sia proprio quello del fine pena e del rientro nella società, con cui spesso si è perso ogni contatto e famigliarità. La mia riflessione nasce da due domande: “scatole” e specializzazioni favoriscono la nostra salute pubblica o di fatto la rendono più fragile? Luoghi e spazi dedicati a bambini e ragazzi, promuovono la fioritura dei loro talenti o riproducono performance e aspettative definite dal mondo adulto?
Aprire le scatole: esempi storici e contemporanei Franco Basaglia per primo, negli anni Sessanta, si è reso conto con lucidità che nei luoghi di cura della malattia mentale le persone si ammalavano ancora di più. Il manicomio era un luogo di contagio originario che, nel tentativo di circoscrivere l’impatto della malattia mentale sulla società, di fatto la alimentava. Sembra una storia lontana ma oggi ha molto da raccontarci rispetto ai nuovi luoghi di confinamento come le case di cura per gli anziani, che nel periodo della pandemia si sono svelate come luoghi di solitudine e sofferenza inaudita piuttosto che di cura. Basaglia ci ha insegnato che è sempre possibile aprire porte e finestre, portare fuori i più vulnerabili, riprendere i rapporti con le famiglie e coi luoghi quotidiani di vita di uomini e donne segnati dalla malattia. “La libertà è terapeutica”, è il primo nucleo di idee che ha portato a una riforma radicale dei luoghi della salute mentale nel nostro Paese (Basaglia, 1979). Francesco Tonucci, in tempi più recenti, ha immaginato e progettato una città dove reintegrare la vita libera e autonoma di bambini e bambine, prima a Fano, la sua città, poi a Pesaro e in altri centri urbani d’Italia. La sua attività di pedagogista, illustratore e progettista ha preso le mosse da una riflessione amara e radicale sulla perdita di vita delle nostre città, divenute luoghi quasi esclusivamente commerciali dove bambini e bambine sono poco graditi. “Se al bambino togliamo lo spazio per giocare sotto casa e glielo ridiamo magari cento volte più ricco e più grande a un chilometro di distanza, secondo la logica della separazione e della specializzazione, di fatto glielo abbiamo tolto e basta”, scrive nel suo libro-manifesto La città dei bambini. Un modo nuovo di pensare la città (Tonucci, 2015). Confinandoli nelle case o nelle scuole, la città toglie ai bambini opportunità fondamentali di crescita e alla società adulta un contatto quotidiano e diretto con l’infanzia. Un terzo esempio contemporaneo viene dal carcere, luogo di eccellenza di separazione ed esclusione dal resto della società. Armando Punzo a Volterra, regista e attore, si è fatto internare da libero scegliendo di lavorare a tempo pieno per trasformare la casa di reclusione nel primo teatro stabile al mondo dove si fa creatività, bellezza, arte dentro un carcere. Quel luogo di reclusione è divenuto in venticinque anni un ibrido tra il teatro e il carcere, restituendo ai detenuti un contatto con la comunità e alla comunità saperi e creatività che arrivano dal carcere. Una circolarità che diventa rigenerativa per l’intera comunità cittadina. Queste storie visionarie di ieri e di oggi ci insegnano che ripensare ed aprire le scatole della nostra vita sociale è possibile e che in gioco non c’è solo il carattere inclusivo delle nostre città ma anche la possibilità di scoprire e coltivare talenti inattesi.

Coltivare talenti inattesi nei luoghi ibridi Ci sono luoghi che, sebbene nati con una propria vocazione e progettualità, hanno mantenuto un carattere ibrido e di incompletezza. L’Institut du monde arabe di Parigi e la Biblioteca Salaborsa di Bologna sono due esempi architettonici noti, citati da Michela Murgia (2016) a proposito del diritto alla bellezza. Luoghi che sono andati oltre le loro funzioni originarie e dove si recano persone di ogni età e condizione “perché andarci è bello”: padri e madri con bambini piccoli che a Bologna vanno a passeggio in biblioteca, senza lo scopo preciso di trovare un libro ma per il piacere di attraversare un luogo del bello e con nuovi stimoli; ragazzi e ragazze di svariate origini che trovano nella terrazza in cima all’Institut du monde arabe il luogo perfetto per una serata estiva tra amici, entrando in contatto con uno straordinario patrimonio interculturale che è parte integrante della società francese. Bellezza, accessibilità e ibridazione sono caratteristiche anche del Rondò dei Talenti di Cuneo, che ha una forma ben lontana dalla scatola e un flusso costante di persone e visitatori di ogni età e condizione sociale. Pensando ai talenti delle nuove generazioni, colpisce come non sia un ambiente pensato “per i ragazzi” ma qui molti di loro si mescolano a persone di altre età e condizioni, confrontandosi o semplicemente osservando e immaginando scenari per il proprio presente e futuro. La forma ibrida di questi luoghi sembra essere il miglior incubatore di talenti per le nuove generazioni. Senza l’aspettativa di adulti che attendono da loro performance e risultati, è molto più probabile che tutti – inclusi i più vulnerabili – riescano a trovare spazi di espressione e sperimentazione. Senza una settorializzazione disciplinare, l’accesso ai saperi diventa più libero e creativo, meno soggetto a stereotipi ed auto-stereotipi rispetto a discipline nelle quali si crede di riuscire bene o meno bene, penso alle Stem per le ragazze o all’orientamento verso la cura per i ragazzi. Senza vincoli da calendario scolastico, anche chi ha perso il passo e rischia di lasciare la scuola trova un luogo dove recuperare autostima e immaginazione, bussole fondamentali per non perdersi in tutte le fasi della crescita. È in questi luoghi dalle forme ibride, accessibili, incomplete che possono nascere e rinascere i talenti di tutti a beneficio dell’intera comunità.












