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Novel d’Art: ansie e sogni della Generazione Z

di Donatella Signetti
15 Apr 2026

Sono un adolescente e ti scrivo di me

Un anno fa abbiamo chiesto agli adolescenti delle scuole di Cuneo di raccontare le loro ansie e i loro sogni, nella forma di un racconto, in 5000 battute, all’interno di un concorso letterario. Una scommessa tra l’utopico e il visionario. Perché gli adolescenti di oggi sono riservati, composti e silenziosi. È stato infatti sorprendente ritrovarli a migliaia nelle piazze, di recente, nelle manifestazioni a sostegno della popolazione civile di Gaza. Un anno fa, invece, nel momento in cui la pasticceria cuneese Chocolat d’Art lanciava, insieme all’associazione culturale Bottega di Storie e di Parole, il concorso letterario Novel d’Art: ansie e sogni della Generazione Z, la sfida era quella di dare voce alla loro presenza silenziosa. E scrittura e silenzio sono altamente compatibili: un adolescente non ti dice a voce quello che prova, ma può decidere di scriverlo. Gli risulta più facile. O almeno sembra risultare più facile a molti adolescenti di oggi.

Che cosa è cambiato?

Gli adolescenti sono cambiati. Matteo Lancini, psicoterapeuta, presidente della Fondazione milanese Minotauro, che si occupa di adolescenza, parla di “nuovissimi adolescenti”, tutti da scoprire. Nemmeno i manuali su di loro li raccontano più. I primi ad accorgersene sono stati proprio gli addetti ai lavori, gli psicologi dell’adolescenza. Ci sono stati i trasgressivi, i nativi digitali, gli ansiosi. E ora? Col passare del tempo gli adolescenti hanno cambiato natura, perché una delle loro caratteristiche è quella di cambiare al mutare delle variabili che fanno da cornice o da contenitore ai loro tentativi di diventare grandi. “Gli adolescenti si riempiono il piatto al banchetto che gli apparecchiamo noi adulti ed evolvono adattandosi per reazione alle proposte (educative, in senso molto ampio) di chi è già cresciuto”, scrive la psicoterapeuta Stefania Andreoli nel saggio “Mio figlio è normale? Capire gli adolescenti senza che loro debbano capire noi” (BUR 2020). Quindi il loro modo di “nutrirsi” dipende da quello che gli mettiamo nel piatto: lo stato di salute dei giovani fa la diagnosi all’intera società. Gli adolescenti oggi non sono quelli di ieri e non sono nemmeno quelli dei casi di devianza estrema restituiti dalla cronaca. La provocazione di Stefania Andreoli è precisa: gli adolescenti, per come un tempo li abbiamo conosciuti, sono scomparsi. Al loro posto incontriamo “ragazze e ragazzi silenziosi, educati, composti, puliti, impegnati”, tutti con una gran paura di deludere. Chi? Noi adulti. Sono diventati così poco ribelli che accettano anche di essere etichettati per quello che non sono. Soprattutto sembrano aver smesso di usare l’adolescenza per diventare grandi. E questa rinuncia al magma trasformativo dell’adolescenza, più che una loro scelta autonoma, sembra essere l’effetto di un cambiamento di scenario, la loro risposta rassicurante al cambiamento degli adulti, un po’ adolescenti tardivi (gli “adultescenti” descritti da Massimo Ammanniti) e un po’ genitori disorientati, confusi, in difficoltà su tanti fronti. È stato inibito un processo naturale. Per questo è necessario prendere atto che nell’attuale cultura manchiamo di un insieme di conoscenze adeguato in materia di adolescenza, descritta erroneamente più come un fastidio che come un periodo funzionale al tentativo di diventare adulti.

 

Cosa raccontano gli adolescenti di sé stessi

Per capire “i nuovissimi adolescenti” dobbiamo dunque entrare in contatto con loro e con il loro modo di sentire le cose. Al concorso Novel d’Art: ansie e sogni della Generazione Z – ideato su ispirazione del giornalista de La Stampa Piero Dadone, sponsorizzato dalla pasticceria Chocolat d’Art e organizzato da Bottega di Storie e di Parole – hanno partecipato 74 adolescenti delle scuole superiori di Cuneo-città che hanno messo mano alla penna, alla tastiera del pc o dello smartphone, per raccontare di sé; 74 punti di vista originali ed emotivamente autentici, da cui emerge un sentire comune, che si configura come un sentire ”al quadrato”. Quali sono le loro ansie? E i loro sogni? C’è la paura di perdersi, quella del futuro, di crescere, della pressione sociale, di non essere abbastanza, dei social, questi ultimi spesso corresponsabili dell’aumento della loro insicurezza e del loro isolamento, dell’innesco di comportamenti autolesivi e di disturbi del comportamento alimentare. C’è il desiderio di un passo lento, di esprimersi attraverso l’arte, di scorrere insieme alla vita e non solo sugli schermi degli smartphone, c’è la voglia di farcela, la sensazione di una crisi identitaria generazionale “perché non si capisce dove il mondo se ne stia andando”. Questi racconti sono una corale richiesta di attenzione, in cui c’è tutta la loro paura del giudizio e tutto il loro bisogno di sognare. Potenza del dialogo interno! Tradotta in racconto e consapevolezza.

Scrivere perché…

aiuta a fare contatto con sé stessi; a nominare le emozioni e ad attraversarle; a esplorare ed esprimere la connessione tra modelli di pensiero, credenze personali, valori, vissuti. La scrittura aiuta a creare un ponte nelle fratture biografiche, perché la narrazione restituisce significato e permette di voltare pagina. Scrivere non modifica gli avvenimenti che sono ormai accaduti, ma consente di leggerli in chiave differente, di assumere rispetto ad essi un diverso atteggiamento emotivo. La scrittura inoltre è un principio d’ordine, per la sua capacità di dare forma al disordine dell’esperienza. La scrittura porta a una graduale accettazione del proprio sentire e dunque libera dalle barriere difensive e dalle gabbie del giudizio. Nominare e condividere il proprio mondo emotivo lo rende immediatamente più abitabile. Per tutte queste ragioni, oltre ai numerosi premi prestabiliti, si è deciso, anche su sollecitazione della giuria che ha lavorato con cura e sensibilità alla selezione dei finalisti, di pubblicare in un volume “tutti” i 74 racconti dei partecipanti, per dare valore al gesto compiuto da ciascuno di loro: aver cercato e scelto le parole adatte a lasciare un segno rispetto a cosa significhi oggi avere un’età compresa tra i 14 e i 19 anni; essersi concessi una pausa, nella fretta quotidiana, perché per scrivere bisogna rallentare, così come per “vedere” ed “essere visti”. La scrittura è un “tempo diverso” e forse è proprio questo di cui hanno bisogno e che chiedono a loro stessi e a noi.


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Donatella Signetti

Donatella Signetti

Laureata in Lettere classiche, giornalista presso La Stampa, insegna al Liceo classico e scientifico di Cuneo. Ha fondato nel 2012 la scuola di scrittura creativa Bottega di Storie e di Parole e tiene regolarmente corsi di narrazione e scrittura autobiografica.