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Notizie da un talento di rientro

L’intervista di Valentina Sandrone, giornalista di Prokalos, a Chiara Ambrogio, vincitrice del “Armenise Harvard Career Development Award” nel 2018.
15 Apr 2026

Chiara Ambrogio rappresenta uno di quei talenti che, dopo una brillante carriera all’estero, a un certo punto della loro vita decidono di tornare in Italia e applicare qui le competenze apprese altrove.

Classe 1980, si è laureata in Biotecnologie Mediche presso l’Università di Torino, conseguendo poi il Dottorato in Immunologia e Biologia Cellulare. Unitasi dapprima al laboratorio di Mariano Barbacid presso il Molecular Oncology Program del CNIO di Madrid, quindi al Dipartimento di Medical Oncology presso il Dana Farber Cancer Institute (DFCI) di Boston, ha terminato la sua formazione transnazionale nel laboratorio di Pasi Janne come Senior Scientist (2016-2019). Nel 2020 è infine tornata in Italia per occuparsi di ricerca in campo oncologico presso il laboratorio della facoltà di Biotecnologie dell’Università di Torino e di insegnamento presso il medesimo Ateneo.

Dottoressa Ambrogio, come si è avviata al mondo della ricerca e quali sono stati i suoi primi step fuori dall’Italia?

Inizierei con l’illustrare ciò di cui mi occupo, e cioè ricerca in ambito medico, in particolare nel campo delle patologie oncologiche. Ho vissuto e lavorato all’estero per più di 11 anni, prima in Spagna e poi a Boston, e sono rientrata in Italia nel 2020, dove ho continuato con la mia attività di ricerca e ho iniziato a insegnare all’Università.

Com’è stata la sua esperienza all’estero?

Non sempre si va all’estero per necessità, anzi, io odio sentir parlare di “cervelli in fuga”, la maggior parte dei ragazzi va all’estero perché è curiosa; preferisco quindi parlare di cervelli in movimento. Io volevo approfondire alcuni temi scientifici di mio interesse e sono andata nei centri dove questi venivano trattati a livello di eccellenza globale. Ci tengo a dire che i ragazzi italiani partono dalle loro università con un livello di preparazione molto alto, anche se purtroppo anche questo sta cambiando e io insegnando proprio all’Università vedo uno spaccato di mondo dell’insegnamento non molto confortante perché il livello si sta abbassando vorticosamente. Io sono partita 20 anni fa e, come i miei compagni dell’epoca, ho ancora potuto beneficiare di una preparazione competitiva a livello internazionale. Mi auguro che il livello non si abbassi ulteriormente in futuro perché perderemmo un importante vantaggio sul piano sovranazionale. Poi io sono sempre stata una persona molto proattiva, desiderosa di mettersi in gioco, sono andata a cercare ciò che mi interessava. Usando una metafora, è come un calciatore che viene chiamato dalla sua squadra straniera preferita e mette in campo tutta l’energia e la passione possibili. Per me, almeno, è stato lo stesso e questo mi ha sostenuta, mi ha accompagnata e mi ha dato forza lungo tutto il mio percorso, senza dimenticare, appunto, che partivo già ben allenata, con le gambe forti e salde.

Che cosa significa andare all’estero con un bagaglio di competenze acquisite qui in Italia e poi, d’altro canto, rientrare nel proprio paese con la formazione acquisita fuori? Come si vive questa osmosi?

Lo shock culturale da rientro l’ho provato tutto, il primo anno è stato difficilissimo ed è importante sottolinearlo, inoltre il 2020 è stato l’anno del Covid e il rientro ha coinciso con il fatto che l’Italia e il mondo si stessero fermando. Tornare vicini ai propri cari, per quanto possa riempire il cuore, non è sempre rose e fiori, tutto ciò che già non ti piaceva del tuo Paese d’origine lo noti ancora di più e lo vedi amplificato dopo un periodo all’estero, per esempio nel mio caso ho davvero mal sopportato le lungaggini burocratiche, l’amministrazione estremamente complessa e, lo ammetto, un riconoscimento del merito non sempre limpido negli ambienti di lavoro. Dopo il primo periodo di adattamento, però, ho notato che si riesce a rientrare in modo coerente ed efficiente con il sistema italiano, pur mantenendo il livello di training ricevuto all’estero, e credo che questo potrà valere anche per le generazioni future perché questa ricchezza ricadrà anche su di loro. Inoltre, qui ho continuato a occuparmi di ciò di cui già mi occupavo altrove, e cioè l’oncologia molecolare, interfaccia dell’oncologia clinica che si applica, invece, sui pazienti.

Partire e poi tornare, la sfida di molti giovani che scelgono di andarsene per crescere, per coltivare nuove opportunità, ma poi desidererebbero tornare a casa. Quali consigli per loro? Come si può coltivare il proprio talento senza perdere le proprie radici?

Ai ragazzi consiglio innanzitutto di essere soggetti attivi e non passivi nella propria vita. Mi sembra che le nuove generazioni si sentano un po’ perse, senza punti di riferimento, serve loro la figura del mentore. Indipendentemente dalla disciplina che si vuole seguire, sia essa scientifica, umanistica, artistica o di altra natura, è importante che i ragazzi trovino qualcuno capace di tirar fuori e coltivare il loro talento. Quelli che sanno di avere un talento, una predisposizione, una passione, che lo usino in tutti i modi possibili, sport, arte, scienza, cerchino il più possibile le opportunità per declinarlo e farlo crescere. A tutti gli altri auguro di trovare qualcuno che possa diventare un riferimento per tirare fuori il buono e il bello che c’è in noi. Tutti abbiamo un talento, una passione viscerale che può spingerci, dobbiamo individuarlo e con quello trovare la nostra bussola. Solo così potranno affrontare sfide anche impegnative e spaventose, come quella di andare in un Paese straniero per applicare concretamente le loro conoscenze e per dedicarsi a ciò che amano.

Il talento e la passione per la scienza nel suo caso sono stati messi completamente al servizio degli altri, al raggiungimento di un più alto bene comune. Quali sono le prossime sfide nel futuro della ricerca e della medicina?

Ovviamente il risultato a cui tutti tendiamo è il debellamento completo delle patologie oncologiche. Più realisticamente, guardando alla situazione attuale, posso dire che nell’ultimo decennio c’è stata un’accelerazione logaritmica, vorticosa nella ricerca oncologica. Di tumori ce ne sono migliaia di tipi differenti, ognuno con il proprio sottotipo a sua volta diverso, non si può fare un discorso organico e onnicomprensivo, ma già adesso siamo arrivati a un punto in cui gli oncologi clinici e i ricercatori collaborano sul campo concretamente, a differenza di quando io stessa frequentavo l’università o il dottorato: ai tempi, infatti, il medico curava il paziente in ospedale ma non vedeva altro e viceversa, il ricercatore era chiuso, e da solo, a sperimentare in laboratorio. Si lavora in team multifunzionali, gli operatori dialogano tra loro e si confrontano, e questo, mi permetto un po’ di fiducia, porterà a risultati ancora più performanti.


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Chiara Ambrogio

Chiara Ambrogio

Professoressa di Biologia Molecolare presso l’Università di Torino, ha conseguito poi il Dottorato in Immunologia e Biologia Cellulare. Si occupa di ricerca sul cancro.