Lessico giovanile. Come prendersi cura dei giovani (con le parole)

15 Apr 2026
«Se noi adulti non ci occupiamo delle persone giovani anche dal punto di vista linguistico, facciamo loro un grave danno, impedendo loro di imparare a parlare e ritardandone il processo di apprendimento. Del resto, è dimostrato che noi esseri umani abbiamo bisogno di una cura anche mentale. E quest’ultima passa attraverso la parola».
Vera Gheno è una sociolinguista molto attenta all’utilizzo delle parole, alla loro origine, alla loro storia. Il linguaggio definisce i gruppi sociali e i giovani troppo spesso vengono raccontati con termini che, di generazione in generazione, li banalizzano, li colpevolizzano, li umiliano perfino. «E invece mi sento di affermare che in quest’epoca i giovani siano tra i pochi esseri umani sensati». Il prendersi cura dei più piccoli in un gruppo sociale è un percorso umano, inevitabile e pieno di meravigliose scoperte, così come di difficoltà. E in ogni periodo storico le minacce sono ben chiare: oggi vengono identificate nei social, nel digitale e in tutto quello che un adolescente può incontrare nella sua perenne connessione al web. «Da madre penso che l’ascolto dei figli sia molto faticoso. Inutile nasconderlo: viviamo una vita piena di impegni ed è difficile farsi una bolla di tranquillità per dare piena attenzione ai figli». Vero che gli adolescenti sono piegati sullo smartphone, ma è altrettanto comune la scena opposta. Quella di genitori che tengono il cellulare in mano mentre parlano coi figli. «Dobbiamo pensare al concetto dell’“I care” di Don Milani: me ne occupo, me ne prendo cura. Bisogna ritagliarsi del tempo per rivolgersi ai figli. Non perché sia palloso ma perché in un’economia di performance quello può sembrare tempo perso. E invece non lo è». L’elefante nella stanza, oggi, sono i social di cui siamo tutti, chi più chi meno, dipendenti. Al punto che le prime soluzioni draconiane sono state pensate e introdotte molto lontano da noi, in Australia. E alla fine stanno arrivando nel dibattito pubblico europeo.
Vietare i social ai minori di 14, 16 anni, richiedere la verifica dell’età, multare le Big Tech che non tengono fuori i giovani dalle piattaforme. Ma queste rappresentano davvero le soluzioni per prendersi cura dei giovani nell’epoca digitale? «Penso che sia una sciocchezza, perché i peggiori utenti del digitale sono gli adulti – sostiene Vera Gheno -. Abbiamo generazioni che si ritrovano in un contesto in cui il digitale è naturalmente presente». Ciò non significa però automaticamente essere alfabetizzati dal punto di vista digitale.
«Nelle scuole si fanno corsi che descrivono sempre il peggio di internet: cyberbullismo, revenge porn. E vietare il cellulare a scuola è una misura figlia di questo pensiero passatista. Difendere i ragazzi da qualcosa, invece che dare loro strumenti per gestire la complessità». Complessità che in tanti casi è generata dal mondo adulto.

Parlando con una sociolinguista è poi naturale riflettere sul fatto che nella crescita di un ragazzo e di una ragazza imparare nuove lingue costituisca un’esperienza arricchente, che apre a nuove culture e modi di descrivere o raccontare il mondo. «Il multilinguismo è una risorsa, ma le lingue a cui le persone giovani sono più interessate non sono quelle che passano dalla scuola. Sono invece legate alle loro passioni. Se uno guarda anime impara il giapponese, se adora il k-pop punta al coreano. Ho la sensazione che rientri nelle potenzialità intellettive proprie». Anche qui c’è dunque una distanza col mondo adulto. «Spesso nella relazione quello che succede è che i genitori sono spaventati da quello che possono fare online». Passioni, hobby e personalità non vengono dunque supportate in questo senso.
Prendersi inoltre cura delle nuove generazioni implica una riflessione non tanto sul loro domani, ma sull’oggi che devono attraversare. Ecco, allora, che diventa facile smontare la frase fatta dei giovani presentati come “cittadini del futuro”. «Sono piccoli esseri umani che hanno già una propria personalità, hanno una cittadinanza del presente. Hanno solo bisogni differenti, così come gli anziani. La questione di fondo è che la nostra società è ageista: discrimina gli anziani e i bambini». Ma quali sono le parole che potrebbero definire i giovani di oggi? «Direi complessità sicuramente. L’altra è curiosità». Conoscerli non significa idealizzarli, infantilizzarli, così come neppure criminalizzarli quando sbagliano. La recente miniserie Netflix “Adolescence” ha animato un intenso dibattito, specie tra i genitori. La storia di delitto commesso da un ragazzino e il racconto delle conseguenze sulla sua famiglia scuotono e interrogano. «Siamo di fronte alla banalità del male: scopriamo che anche nei ragazzini ci può essere negatività che viene pasturata ed esaltata da ciò che trovano nel digitale. Con questi influencer che propongono modelli di vita semplici, in cui vince l’idea che comunque è sempre colpa degli altri. Ripeto: è la banalità del male per via di un’aridità di modelli».

Vera Gheno
Ricercatrice presso l’Università degli Studi di Firenze e autrice di numerose pubblicazioni, si occupa prevalentemente di comunicazione, questioni di genere, diversità, equità e inclusione.











