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Ambiente e clima. Quando l’unione è la sola forza per salvare iI pianeta

L’intervista di Valentina Sandrone, giornalista di Prokalos, a Elisa Palazzi, ricercatrice e docente di Fisica del clima all’Università di Torino.
15 Apr 2026

Professoressa Palazzi, lei di cosa si occupa esattamente?

Io sono nello specifico una climatologa, studio pertanto il clima, i suoi movimenti, i suoi cambiamenti, e ho la fortuna di farlo da un osservatorio speciale: le montagne. Le montagne, tutte le montagne, dalle vicine Alpi alle grandi catene montuose dell’Asia e del Sud America, sono indicatori naturali straordinari dello stato di salute del pianeta, dei cambiamenti a cui questo è soggetto, le definiamo proprio sentinelle del cambiamento climatico per questo. Noi esseri umani siamo gli agenti principali del cambiamento climatico e lo stiamo apportando a una velocità esorbitante, in un turbinio di fenomeni mai individuati prima della Rivoluzione Industriale, anche se l’accelerazione più impattante l’abbiamo avuta dalla seconda metà del Novecento. I cambiamenti che abbiamo apportato attraverso l’aumento dei gas serra di origina antropica si ripercuotono sulle nostre stesse vite e lo vediamo negli eventi estremi, che sono quelli più raccontati, più spaventosi, anche più notiziabili alla luce delle ripercussioni gravi e immediate sul territorio e sulla popolazione. È giusto e doveroso parlare degli eventi catastrofici, ma ci tengo a ricordare come tutti gli aspetti del cambiamento climatico debbano essere raccontati. I cambiamenti più lenti hanno effetti a lungo termine e forse ci risulta difficile ragionare proiettandoci nel futuro, in qualcosa di ancora lontano da noi, ma parliamo di effetti le cui conseguenze non saranno meno gravi, quindi invito chiunque si occupi di informazione e comunicazione a parlare di tutti gli aspetti del cambiamento.

Quali sono gli impatti, le conseguenze, gli effetti appunto meno visibili, ma altrettanto gravi, a cui dovremmo iniziare a prestare maggiore attenzione?

Iniziamo col dire che anche gli effetti non legati a catastrofi o devastazioni non sono più così “micro”, ma anzi iniziano a essere macroscopici sotto più punti di vista. Solo per citarne alcuni, diametralmente opposti ma correlati, la riduzione temporale della stagione della neve e le ondate di caldo in estate. Le nevicate, per esempio, come ampiamente dimostrato da numerose ricerche scientifiche, arrivano dopo, in tardo autunno, e la neve al suolo accumulata nel corso dell’inverno fonde anzitempo in primavera. Abbiamo, dunque, una stagione più corta con una neve che fonde in anticipo e rilascia l’acqua a valle prima di quando serva. Nei decenni passati, invece, fondeva in primavera avanzata e arrivava in estate, quando ce n’era più bisogno. Oggigiorno se quell’acqua non la conserviamo, va “persa” in mare da cui poi non è più possibile utilizzarla con facilità come avviene per l’acqua dolce. Meno acqua di fusione significa meno acqua per l’agricoltura, per le case, per la produzione energetica. Impatti diretti sulla vita e sulla qualità della vita e non solo sull’estetica del territorio montano, ma neanche quest’aspetto è totalmente secondario poiché afferisce all’impatto culturale per chi ci vive. Poi ci sono, come anticipato, le ondate di calore che riguardano soprattutto le città di pianura, dove risiede la maggior parte delle persone, con impatti gravi ed evidenti sulla salute con morti precoci in fasce vulnerabili della popolazione. Tra gli effetti più piccoli ma non secondari, ancora, c’è la perdita della biodiversità. Stiamo infatti assistendo a spostamenti di animali a quote più elevate, ad una modifica la linea vegetazionale, ad un degradamento qualitativo e quantitativo dei suoli. Ma dalla biodiversità dipende la salute dell’ecosistema: più questo è vario, più diventa effige di benessere.

Cosa significa prendersi cura dell’ambiente e, al contempo, prendersi cura della nostra salute tutelando la natura che ci circonda?

A livello individuale possiamo innanzitutto impegnarci a conoscere e ad approfondire, anche perché se non conosciamo saranno sempre gli altri a decidere per noi. Nessun luogo che non si conosce si può amare e curare, un po’ come avviene con una persona. Frequentare i luoghi e gli spazi, comprendere quale posto occupiamo lì e nella natura circostante, diventa, allora, un esercizio fattibile anche vicino a casa, fondamentale come punto d’inizio. Poi bisognerebbe impegnarsi ad agire insieme agli altri, prima ancora che nella sola sfera individuale, perché questa non è una sfida che si possa affrontare individualmente. Servono momenti di aggregazione per parlare, fare gruppo e creare collettività: dove non arrivo io, può arrivare qualcun altro e così l’impegno diventa condiviso assumendo contemporaneamente una chiara valenza politica. In ogni caso, qualche azione personale è comunque praticabile senza grandi sacrifici: dalla scelta di ciò che mangiamo, pensando ai settori che mettono più gas serra, alle preferenze nel campo della moda e dell’abbigliamento, consapevoli di quanto sia inquinante il cosiddetto “fast fashion”, fino alla volontà di utilizzare, laddove è possibile, biciclette o mezzi pubblici. Ogni azione virtuosa può contaminare gli altri e dobbiamo quindi imparare a ragionare con un approccio sistemico nel quale ogni componente interagisce con gli altri esattamente come avviene nel sistema fisico-climatico.

Quale può essere un esempio di buona prassi nell’impegno per l’ambiente e per il contrasto al cambiamento climatico?

Mi vengono in mente soprattutto i ragazzi dei Fridays for Future. Il movimento nasce con l’intento di battersi per il clima, ma ben presto capisce che quando si va in piazza a protestare pacificamente per ragioni climatiche, si manifesta in realtà per garantirsi un futuro equo e di possibilità. Il clima che cambia mette in crisi diversi aspetti delle nostre comunità, contribuendo a deteriorare altre crisi come quella del sistema sanitario, delle disuguaglianze sociali, delle disparità di genere, dei flussi migratori. I ragazzi del Fridays, allora, scendono in strada reclamando le stesse istanze per le quali i loro genitori o i loro nonni riempivano le piazze negli anni Sessanta. In questo scorgo una straordinaria circolarità intergenerazionale di idee e di diritti che celebra le relazioni umane, il senso della collettività pubblica e traccia, forse, una strada da perseguire per non limitarsi a subire passivamente gli effetti della crisi climatica, ma per provare, al contrario, a instillare nei giovani e negli adulti una resilienza sociale che porti a reagire al cambiamento in atto attraverso un vero e proprio impegno civile quotidiano.


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Elisa Palazzi

Elisa Palazzi

Classe 1978, originaria di Rimini e residente a Torino, nel 2003 si laurea in Fisica all’Università di Bologna, dove successivamente consegue il dottorato in Modellistica fisica per la protezione dell’ambiente. Oggi è ricercatrice e docente di Fisica del clima all’Università di Torino. Oltre alla docenza, però, Elisa Palazzi si occupa di divulgazione scientifica attraverso la pubblicazione di libri e volumi e con il podcast “Bellomondo”. La sua testimonianza ci porterà nel cuore del concetto di cura per il pianeta in cui viviamo e come questa si rifletta sulla nostra stessa salute.