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La scomparsa dei giovani

di Alessandro Rosina
15 Apr 2026

Nel corso della storia i giovani sono sempre stati più abbondanti degli adulti e ancor più degli anziani. Oggi non è più così. Si tratta di un cambiamento epocale messo in moto dalla Transizione demografica, alla cui base sta la riduzione della mortalità prematura e la trasformazione dei comportamenti riproduttivi.

Nei primi decenni dell’Italia unita, un bambino su cinque moriva prima del primo anno di vita e meno della metà dei nati arrivava all’età adulta. Con il miglioramento della sopravvivenza e la riduzione della mortalità infantile, il livello di fecondità compatibile con il ricambio generazionale si è progressivamente avvicinato a due figli per donna. In teoria, questo avrebbe potuto assicurare una struttura demografica stabile. Nella fase più avanzata della transizione, però, il processo ha smesso di comportarsi come una vera “transizione”. I paesi più maturi non si stabilizzano intorno alla soglia di equilibrio, ma tendono a scendere ben al di sotto di essa, in modo persistente. Il numero dei paesi con fecondità elevata diminuisce costantemente, concentrandosi ormai quasi solo nell’Africa subsahariana, dove oggi la media è di circa quattro figli per donna. Al contrario, si allarga il gruppo dei paesi con fecondità inferiore alla soglia di sostituzione, che comprende ormai più della metà delle nazioni del mondo, compresa America Latina e la maggior parte dell’Asia, compresi India e Cina. Per la prima volta nella lunga storia dell’umanità, la capacità di garantire continuità nel tempo è minacciata non tanto da fattori esterni – guerre, carestie o epidemie – quanto da fattori interni, legati alle scelte individuali e alle condizioni sociali in cui tali scelte si formano. L’Europa è l’area in cui la transizione demografica è iniziata per prima. La parte occidentale del Vecchio continente è scesa sotto la soglia di sostituzione tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta. Oggi l’Unione europea registra nel complesso un tasso medio di fecondità inferiore a 1,5 figli per donna, con nessuno Stato membro che raggiunge il livello necessario per mantenere l’equilibrio generazionale.

Cosa dobbiamo aspettarci per il futuro? Dove ci sta portando la transizione demografica? Le traiettorie demografiche delle economie mature e avanzate delineano due diversi scenari. Nel primo, il tasso di fecondità – pur molto più basso rispetto al passato – si mantiene non troppo sotto la soglia di sostituzione, consentendo di stabilizzare la base demografica in combinazione con un saldo migratorio positivo. Nei contesti che rientrano in questo scenario l’invecchiamento procede in modo gestibile e sostenibile, consentendo di adattare il sistema economico e sociale al cambiamento strutturale della popolazione e cogliere i benefici di vite più lunghe e attive. Nel secondo scenario, invece, la fecondità resta stabilmente su livelli troppo bassi (inferiori a 1,5) con flussi migratori che, pur abbondanti, non riescono a compensare il saldo naturale negativo. In questo caso la transizione demografica diventa crisi demografica: la popolazione anziana cresce mentre le nuove generazioni si assottigliano sempre di più, indebolendo la base della forza lavoro e mettendo a repentaglio la tenuta dello stato sociale. Con il tempo, questi squilibri si autoalimentano: le opportunità per i giovani peggiorano, la fiducia collettiva si erode, e la spirale demografica si avvita verso il basso. Anche l’immigrazione perde efficacia come leva di riequilibrio, poiché i paesi meno dinamici e coesi faticano ad attrarre e trattenere giovani migranti qualificati.

L’Italia è uno dei paesi più esposti a questo secondo scenario. Dopo aver raggiunto il picco di 60,3 milioni di abitanti nel 2014, scesa sotto i 59 milioni nel 2023. Il tasso di fecondità è ormai sotto 1,2 figli per donna, tra i più bassi d’Europa. Le proiezioni Istat del 2024 indicano un’ulteriore discesa: 55 milioni di residenti entro il 2050, poco più di 46 milioni nel 2080.

A questa contrazione si accompagna un processo di degiovanimento, ovvero un progressivo indebolimento quantitativo e qualitativo delle nuove generazioni. Affrontare questa crisi, come indico nel mio recente libro “La scomparsa dei giovani. Le 10 mappe che spiegano il declino demografico dell’Italia” (Chiarlettere), richiede un approccio sistemico. Aumentare l’occupazione giovanile e femminile non serve solo a compensare la riduzione della forza lavoro, ma anche a creare le condizioni che rendono possibili le scelte di vita e di genitorialità. Le politiche migratorie devono puntare non solo a colmare i vuoti occupazionali, ma a favorire percorsi di integrazione e di progettualità stabile. Investire in servizi per l’infanzia, congedi parentali e flessibilità lavorativa è indispensabile – ma altrettanto necessario è promuovere un cambiamento culturale, ridistribuendo in modo più equo le responsabilità di cura e valorizzando l’equilibrio tra lavoro e vita privata. L’obiettivo non è semplicemente “conciliare” lavoro e famiglia, ma permettere ai giovani di realizzarsi pienamente integrando positivamente entrambe le sfere. Tutto questo non dobbiamo farlo per rispondere alla crisi demografica, ma perché consente di costruire un modello sociale e di sviluppo coerente con le sensibilità e le opportunità del XXI secolo. Se però non diamo risposte efficaci in tale direzione, l’inerzia demografica ci spingerà sempre più ai margini rendendo insanabili squilibri e diseguaglianze. È necessario allora ridefinire le basi di un patto sociale credibile, che impegna tutto il Paese ad assumere l’investimento sulle nuove generazioni come priorità strutturale e di lungo periodo, senza la quale nessuna strategia di sviluppo, coesione sociale e tenuta democratica può reggere nel tempo.


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Alessandro Rosina

Alessandro Rosina

Professore di Demografia e Statistica sociale all’Università Cattolica di Milano.