Passa al contenuto principale

Intelligenza artificiale, tra economia e politica globale

di Alessandro Aresu
15 Apr 2026

Per capire il ruolo politico dell’intelligenza artificiale, si può partire da un luogo inaspettato: Nashville. Il centro della musica country del Tennessee, immortalato da Robert Altman nell’omonimo film, ha ospitato a giugno 2025 una importante conferenza sulla visione artificiale, disciplina essenziale per la robotica e la guida autonoma.

Se scorriamo il comitato organizzatore della conferenza, scopriamo che la maggior parte delle persone sono di origine cinese, anche se lavorano nelle università degli Stati Uniti o in grandi società digitali come Facebook-Meta o Google-Alphabet. /Questa è la prima, importantissima implicazione dell’intelligenza artificiale a livello globale da considerare. Migliaia di ricercatori studiano e si formano per lavorare ai fondamenti di questa disciplina e alle sue varie applicazioni. Si specializzano, pubblicano articoli, registrano brevetti, si incontrano nelle conferenze. Come dice Jensen Huang, il leader di NVIDIA, l’azienda al centro del sistema, il 50% dei ricercatori sull’intelligenza artificiale al mondo sono cinesi. Gli Stati Uniti sono, tuttora, il principale polo di attrazione di queste persone. Alcune aziende, come Meta, hanno offerto negli ultimi mesi ai ricercatori centinaia di milioni di dollari per assicurarsi la loro professionalità.

Allo stesso tempo, l’intelligenza artificiale è anche una filiera industriale e così può essere compresa a livello politico. Noi vediamo alcuni prodotti, come i generatori di testo, e possiamo pensare, come in altri ambiti della vita digitale, che la tecnologia si esaurisca lì. Niente di più falso.

Il funzionamento dell’intelligenza artificiale, nel ciclo attuale, è invece dovuto alla costruzione e all’attività di enormi data center, che ospitano le strutture elettroniche che rendono possibile l’addestramento e il funzionamento dei modelli che noi usiamo. Questa filiera produttiva si basa sull’industria dei semiconduttori, che da decenni accompagna e abilita la nostra vita digitale, attraverso prodotti e procedimenti sempre più sofisticati, che hanno una dimensione geografica e politica. Come, per esempio, i macchinari dei Paesi Bassi e del Giappone, i gas tecnici francesi, i software di progettazione degli Stati Uniti, le fabbriche di Taiwan, le aziende asiatiche dell’assemblaggio.

È proprio sulla struttura e sulle varie capacità dell’industria dei semiconduttori che si gioca, almeno da un decennio, buona parte della competizione tecnologica tra gli Stati Uniti e la Cina. I clienti dell’azienda statunitense che è attualmente capo-filiera delle infrastrutture dell’intelligenza artificiale, NVIDIA (co-fondata nel 1993 in California da un immigrato nato a Taiwan), sono le grandi aziende digitali del nostro pianeta, dalla statunitense Microsoft alla cinese Tencent. Per questo i prodotti di NVIDIA sono stati al centro delle trattative commerciali tra Stati Uniti e Cina. Oggi la Cina non ha ancora raggiunto le capacità degli Stati Uniti in tutti i segmenti e non dispone delle stesse risorse finanziarie, ma agisce per rendere la sua filiera sempre meno dipendente dagli avversari, sfruttando anche l’ampiezza del suo capitale umano.

In questa filiera industriale, i data center non dipendono solo dall’elettronica avanzata ma anche dalla disponibilità di energia e acqua, dalla stabilità delle reti di trasmissione, dai sistemi di raffreddamento, dai cavi, dalle competenze e dai lavoratori che rendono possibile la loro costruzione e le loro operazioni, come elettricisti, idraulici, operai. I vari Paesi, quindi, competono e competeranno anche sulla disponibilità di forza lavoro specializzata per gestire queste infrastrutture.

Dietro e oltre la filiera industriale che serve per “fare” l’intelligenza artificiale, e che Jensen Huang non a caso chiama “fabbrica dell’intelligenza artificiale”, ci sono altri usi e altre applicazioni degli utenti finali, che siano aziende o privati. Per esempio, si va dai sistemi di raccomandazione dei social media all’ausilio nella scoperta di nuovi farmaci, dalla programmazione alla robotica umanoide e alla guida autonoma, dal controllo dei droni e dei sistemi di difesa missilistica fino alla riduzione dei difetti nelle grandi strutture produttive industriali.

L’enorme ciclo di investimenti in corso sui data center, alimentato dai giganti digitali statunitensi e cinesi, oltre che da alcuni Stati con grande disponibilità di capitali (come le monarchie del Golfo), non deve farci perdere di vista una questione essenziale: il mantenimento delle promesse di ciò che oggi chiamiamo “intelligenza artificiale” si misurerà proprio sui risultati concreti di queste applicazioni. /In questo contesto, il ruolo dell’Europa dentro la trasformazione in corso si misurerà sulla capacità di migliorare la propria posizione nella formazione e nell’attrazione dei talenti che muovono la tecnologia, nella generazione e nella crescita di nuove imprese ma anche nella pervasività degli usi industriali, soprattutto per quanto riguarda l’interazione del digitale con la manifattura. Solo attraverso un’azione determinata su tutti questi assi di intervento sarà possibile – in parte – recuperare il ritardo accumulato dall’Europa nei precedenti cicli tecnologici e salvaguardare le nicchie di competenze che ancora esistono nel nostro continente.


Condividi
Alessandro Aresu

Alessandro Aresu

Analista geopolitico ed esperto di strategie e politiche pubbliche, ha lavorato come consigliere dirigente e consulente per diverse istituzioni, tra cui il Ministero dell’Economia, il Ministero degli Esteri e la Presidenza del Consiglio dei ministri.