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Algoritmo democratico e autoritarismo cibernetico

di Gianluca Sgueo
15 Apr 2026

Se è di futuro che vogliamo parlare, allora è da lì che dobbiamo partire. Un compito ingrato. In effetti, gli scenari futuri che possiamo immaginare sull’incontro tra intelligenza artificiale e sistemi sociali sono potenzialmente infiniti, come l’intreccio tra circostanze ed eventi che dà loro vita. Provo allora a semplificare. Considererò inizialmente due possibili – e plausibili – futuri: il primo utopico, il secondo distopico.

Il punto di partenza da cui muovono i due scenari venturi che esaminerò è identico. La progressione che ha segnato l’evoluzione delle intelligenze artificiali nella loro breve parabola di vita commerciale ci restituisce una fedele rappresentanza della prima, e più importante, caratteristica di qualsiasi prodotto tecnologico: la velocità. Nel novembre 2022, per far ragionare il primo modello di GPT servivano 20 dollari statunitensi per milione di token – ossia di “porzioni” di testo utilizzati dall’intelligenza artificiale per comprendere la domanda e generare una risposta. Due anni più tardi, lo stesso livello di prestazione costa 0,007 dollari per milione di token – circa 280 volte in meno. Peraltro, la pressione competitiva che ha favorito questo ribasso vertiginoso dei costi non accenna a rallentare. Per rendersene conto basta osservare i listini dei principali provider di intelligenza artificiale. Alla riduzione dei costi si è accompagnato l’aumento degli utenti. Nell’arco di tre anni, dal 2022 al 2025, l’intelligenza artificiale generativa ha raggiunto 1,2 miliardi di utilizzatori in tutto il mondo.

Abbiamo a che fare con una tecnologia pervasiva e in rapidissima evoluzione, su molteplici fronti: quello delle prestazioni, quello dei consumi, quello degli utenti e, non ultimo, dei rischi. Questo è il nostro punto di partenza comune – quello di arrivo invece?

Lo scenario utopico ci racconta una storia di integrazione armoniosa tra algoritmi e sistemi sociali. Nel settore pubblico promuove la metamorfosi degli apparati burocratici in “stati agentici” – traduzione “stonata” dell’inglese agentic state. Quest’ultimo può essere immaginato come l’evoluzione naturale dell’idea secondo cui una burocrazia interamente digitalizzata e interconnessa non ha più necessità di oberare cittadini e operatori economici di incombenze, disponendo già delle informazioni per istruire le decisioni. Lo stato agentico non conosce soltanto i bisogni della collettività. Li anticipa. Può, ad esempio, stimare con precisione l’impatto di turbolenze che attraversano i mercati, identificare misure correttive e stanziare risorse a bilancio da erogare, all’occorrenza, in modo tempestivo.

Nello scenario utopico l’algoritmo è democratico. Facilita l’ascolto della voce dei cittadini da parte delle sedi istituzionali, che prendono così decisioni più partecipate e condivise. Già oggi vediamo proliferare le piattaforme deliberative con componenti algoritmiche (come vTaiwan e Polis), i sistemi di analisi automatica delle consultazioni pubbliche e gli strumenti per il drafting legislativo assistito e l’analisi automatica degli emendamenti da parte delle assemblee parlamentari. Una stima prudenziale quantifica, solamente sul territorio europeo, in 200 i progetti pubblici per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale a fini “democratici”: consultazioni, supporto alla deliberazione, policy-making. Alcuni hanno intravisto in questo settore un’opportunità di investimento. Il valore del mercato delle piattaforme di civic engagement (molte delle quali integrano strumenti di intelligenza artificiale) nel 2025 è stato stimato in 3 miliardi di dollari globalmente.

Non solo democrazia. Nella visione utopistica l’integrazione algoritmica è celebrata anche per i benefici attesi nella ricerca scientifica, negli studi predittivi in campo sociale, nell’istruzione e nelle politiche attive per il lavoro.

Lo scenario distopico capovolge questa visione. Ma non ne contraddice lo spirito. Nulla di cui sorprendersi. La progressione futura dell’intelligenza artificiale è ancora immaginata nel paradigma dell’efficienza e sempre raccontata secondo la chiave della prosperità economica. La distopia c’è, ma non si vede. Sta nel costo di questa transizione algoritmica. È sempre lei: la democrazia. Chiarisco con un esempio. Nelle ambizioni più frequentemente evocate dai magnati del capitalismo tecnologico c’è la costruzione di cittadelle high-tech. Questi spazi pubblici – in realtà domini privati – perseguono dichiaratamente l’obiettivo di sfuggire al controllo degli stati nazione democratici, dalla tassazione che questi ultimi impongono alle imprese e dalle regole che applicano alla convivenza civile. Le cittadelle dei tecno-utopisti si fondano sul connubio tra criptovalute e intelligenza artificiale, propongono un solo uomo al comando e auspicano constituency di soli azionisti. Prospera, Asgardia e, più recentemente, Praxis, ricalcano tutte lo stesso modello ideologico fatto di deregolazione e capitale. Questa esasperazione della libertà economica assoluta mostra un futuro tecnologico agghiacciante, dove libertà e democrazia non sono più compatibili. La seconda ostacola la prima, perché portatrice di una ideologia egalitaria che deprime la spinta creativa dell’innovazione e mina la capacità competitiva degli Stati. Ecco allora che tutte le forme di autoritarismo cibernetico finiscono per sacrificare la democrazia sull’altare del benessere economico.

Utopia o distopia? Democrazia o capitale? Al netto di questi due estremi, è plausibile che le molte contraddizioni e tensioni che oggi attraversano le società contemporanee contamineranno domani anche l’intelligenza artificiale. Imporranno così un andamento irregolare, la cui caratteristica principale è l’essere composto da elementi del primo e del secondo scenario insieme. Tre brevi considerazioni finali, per aiutare chi legge a orientare il pensiero. Primo, coltivare l’ambizione dell’automazione inclusiva richiede investimenti ingenti, a partire dalle persone. Per i governi democratici è una sfida complessa e a bassa redditività, quanto meno nel breve periodo. L’autoritarismo cibernetico costa meno e rende meglio. Secondo, il connubio tra una politica iper-liberista e predatoria e gli interessi dei capitalisti tecnologici non necessariamente è destinato a durare. Questo modello, che oggi si mostra in modo prepotente, non ha ancora estinto il modello opposto delle regole e diritti. Né è detto lo farà. Terzo, tanto gli utopisti quanto i distopisti devono fare i conti con problemi più grandi, attuali e preoccupanti rispetto qualsiasi immaginazione del futuro dell’intelligenza artificiale. Parliamo di consumi energetici, di impatto ambientale e di sovranità.


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Gianluca Sgueo

Gianluca Sgueo

Docente presso l’École d’Affaires Publiques di Sciences Po Parigi e Senior Research Associate presso la Brussels School of Governance – Digitalisation, Democracy & Innovation Unit. Coordina il Dipartimento Digitale della Fondazione Einaudi.