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Autore: acd

L’evoluzione dei diritti: mettere in discussione il futuro

Come mai oggi l’argomento dei diritti è così importante e nello stesso tempo a volte controverso? In questo articolo ti guido a una riflessione sull’argomento. Che cosa ti viene in mente quando senti parlare di diritti? Non voglio sapere la definizione ma pensa a cosa ti viene in mente, un esempio, una parola, o altro.

Le parole, anche quelle più conosciute e di cui diamo per scontato il significato, spesso prendono sfumature diverse a seconda dei contesti sociali, culturali, politici e storici. Succede anche per i diritti. Mi viene in mente la storia raccontata da David Foster Wallace sui due giovani pesci che non sanno cosa sia l’acqua. Te la racconto perché è importante come metafora: “Due giovani pesci nuotano e incontrano un pesce anziano che li saluta e chiede loro ‘com’è l’acqua?’; i giovani pesci, però, continuano a nuotare finché uno chiede all’altro: ‘Che diavolo è l’acqua?’” Questa storiella fu usata da Wallace per far capire come spesso non ci rendiamo conto della realtà che ci circonda, essendo abituati a stare in quella realtà. La domanda “cos’è l’acqua” simboleggia l’importanza di sviluppare una coscienza critica e non dare per scontata la realtà che ci plasma. Cosa simile accade con la domanda “che cosa sono i diritti?”. Fermarsi un attimo, andando oltre la definizione, ci aiuta a sviluppare una coscienza critica rispetto alla questione e non dare per scontato che i diritti, così come pensiamo di conoscerli, siano universali, accettati e seguiti da tutti. Oggi l’opinione pubblica si divide ancora tra chi afferma che “la gente ha solo più diritti e non pensa ai doveri” e chi “vogliamo più diritti, più equi, che garantiscano una vita personale e professionale equilibrata e giusta”. I diritti come insieme di regole giuridiche che disciplinano i rapporti tra le persone sono oggettivi. Esistono anche in senso soggettivo, cioè la possibilità per una persona di pretendere e chiedere qualcosa per tutelare un proprio interesse, riconoscendo un vantaggio legittimo. Sono inalienabili, sono la giusta “pretesa” per costruire una società giusta ed equa.

Consapevolezza e il vantaggio non riconosciuto

Partendo da questa distinzione di concetto, l’aspetto su cui ci dobbiamo concentrare è la consapevolezza rispetto alla nostra posizione. Se diamo per scontati i nostri diritti, potremmo non accorgerci dell’aria che respiriamo (tornando alla metafora dell’acqua). Ma per una parte della società, l’accesso a quel “bene” non è garantito. Proviamo a trasformare la domanda “Che cosa sono i diritti?” in una domanda più personale: quanto siamo davvero consapevoli dei diritti che esercitiamo ogni giorno?

→ Quando devi cercare casa o lavoro, devi preoccuparti che la tua etnia, il tuo cognome o il tuo orientamento possano escluderti a priori?

→ Quando leggi, o ricevi un commento offensivo, o d’odio sui social, sai se esiste una legge specifica che ti tuteli in quanto persona e non solo in quanto utente?

→ La tua retribuzione, a parità di ruolo, è la stessa di un tuo collega uomo o donna?

→ Se devi assentarti dal lavoro per un’esigenza familiare, hai la certezza che la tua azienda offra un supporto o che il tuo ruolo non venga messo in discussione?

Se non hai mai dovuto farti queste domande, probabilmente stai esercitando i tuoi diritti in una posizione di privilegio. Non c’è nulla di male in questo, a patto che questa consapevolezza porti a comprendere il dibattito e a sostenere chi è ancora in lotta per vedere riconosciuta quella stessa “acqua” che per noi è ovvia.

La centralità del dibattito oggi

Se il concetto di diritto può sembrare scontato, l’accelerazione della nostra vita sociale, economica e tecnologica ci costringe oggi a rimetterlo in discussione. Il dibattito non è più confinato alle aule di tribunale, ma è un elemento vivo della nostra quotidianità, coinvolgendo trasversalmente tutta la società e le sue persone. Il motivo di questa centralità si articola in due dinamiche principali che stanno rimodellando la nostra idea di cittadinanza: le certezze del passato sono in discussione, e il presente crea nuovi bisogni.

I diritti acquisiti sotto il microscopio

Viviamo in un’epoca di trasformazioni rapidissime, dove l’evoluzione sociale e, soprattutto, quella tecnologica, mettono in discussione principi che credevamo inamovibili. In questa dinamica, si osserva come i diritti che riteniamo universali e acquisiti stiano diventando fluidi, in relazione al futuro che stiamo costruendo.

→ L’impatto della tecnologia: pensiamo alla privacy. Il diritto di essere “lasciati in pace” e di controllare i propri dati personali è stato scritto in un’era analogica. Oggi, ogni click e ogni interazione sui social media alimentano un ecosistema di raccolta dati che va ben oltre la nostra percezione. Stiamo ancora cercando di definire il diritto di non essere costantemente tracciati o influenzati da algoritmi potentissimi, ma nello stesso tempo, ne siamo attratti e diventa inevitabile non usare strumenti connessi.

→ Il lavoro e la dignità: le nuove forme di lavoro – dalla gig economy (lavori a chiamata tramite piattaforme) all’automazione – stanno sfidando i diritti fondamentali dei lavoratori, come la sicurezza sul posto di lavoro e l’equità retributiva. La domanda non è più solo “ho diritto a un lavoro?”, ma “Ho diritto a un lavoro dignitoso nell’economia del futuro?”

Questo mancato accesso si quantifica in modo evidente nelle posizioni apicali: per ogni 5 dirigenti nelle aziende italiane, 4 sono uomini e solo 1 è donna (INPS 2024). Questa disparità non è solo un dato economico, ma la prova visiva che il diritto alla parità di opportunità è ancora un percorso in salita. Questa ridefinizione è un chiaro invito alla consapevolezza e in particolare alla partecipazione civica. Se non interveniamo nel dibattito, se non ci interessiamo a prescindere dal fatto che ci riguardi direttamente oppure no, permetteremo che i nuovi strumenti ridefiniscano i nostri diritti in modi che potrebbero non tutelare l’interesse collettivo.

Le nuove generazioni promuovono l’attenzione verso nuovi, vecchi, diritti

In parallelo, le nuove generazioni stanno agendo come un potente motore di cambiamento, portando alla luce diritti che in passato non erano nemmeno concepibili, ed evidenziando diritti già esistenti ma taciuti. Questo fenomeno è strettamente legato ai temi della creatività (nel trovare nuove soluzioni) e della cura (verso sé stessi, le altre persone, e il pianeta).

L’analisi delle priorità della Gen Z e Millennials dimostra che le nuove generazioni non accettano più il vecchio patto lavorativo. Con percentuali altissime di stress lavorativo e una forte esigenza che i valori aziendali prevalgano sul mero profitto, le nuove generazioni stanno riscrivendo le regole del futuro esigendo un diritto all’equilibrio e all’etica. Tra i diritti storicamente silenti, c’è il “Diritto alla dignità del lavoro e alla parità di genere effettiva” (Art. 37 della Costituzione).

Le generazioni precedenti hanno spesso accettato carriere discontinue, disparità salariali o rinunce alla vita personale in nome della produttività. Oggi, invece, i giovani non accettano che il diritto alla cura (della famiglia, della salute mentale) debba essere un optional o un costo professionale. Essi chiedono che le tutele contro la discriminazione per la maternità, o l’accesso ai ruoli apicali, siano prassi quotidiana e non eccezioni. Non si tratta di creare un nuovo diritto, ma di rendere vivo il principio di equità già esistente, costringendo le aziende ad adottare pratiche trasparenti.

Ci sono poi altri valori e temi che stanno a cuore alle nuove generazioni, e che vengono riconsiderate anche dai Millenials:

→ il diritto a un ambiente sano: non è più sufficiente parlare di proteggere l’ambiente, i giovani rivendicano il diritto di vivere in un mondo sostenibile. È un diritto “mutuato dal futuro”, che ci impone di agire oggi per garantire la bellezza e la vivibilità di domani.

→ La cura e l’equilibrio personale: il dibattito sulla salute mentale e sul benessere emotivo sta diventando un diritto sociale. Si rivendica il diritto di bilanciare vita professionale e personale, superando la cultura del burnout (esaurimento da stress lavorativo). Questo è il segnale di una società che chiede che la cura della persona sia un principio cardine, non un optional. Queste nuove istanze sono l’essenza della partecipazione: una società che evolve è una società che espande i suoi confini morali e legali per includere chi prima era marginale e per tutelare sfide che prima non esistevano, o che non erano state ancora prese in considerazione.

Il punto di svolta: quando i diritti diventano visibili

Per me, questa consapevolezza non è solo teoria. Sono nata a Kinshasa e adottata in tenera età, crescendo in Italia come cittadina con tutti i diritti. Nonostante la mia cittadinanza e le mie tutele legali, ho sperimentato sulla mia pelle come i diritti considerati acquisiti siano spesso subordinati alla percezione esterna. Per molte persone, il mio colore della pelle implicava automaticamente che fossi “diversa” o che non potessi avere gli stessi diritti o le stesse opportunità di chi mi stava accanto. Questo scarto tra il diritto sulla carta e il diritto nell’esperienza quotidiana è ciò che mi ha spinta ad agire.

Appello alla partecipazione

La storia dei due pesci di David Foster Wallace non è solo un monito a non dare per scontata l’acqua. È un invito a sviluppare quella coscienza critica che ci permette di chiederci: “L’acqua è accessibile a tutti? Ed è della stessa qualità per tutti?”. Il dibattito sui diritti è la forma più alta di partecipazione alla vita democratica. Significa agire affinché la nostra società non solo sia giusta (cioè rispettosa delle regole), ma anche equa, cioè rispettosa delle persone, in tutti i loro colori, espressioni, credenze. Che tu sia cittadino, persona che lavora, studia, o un leader aziendale, la tua voce è essenziale per garantire che i diritti di oggi e di domani siano all’altezza del futuro che desideriamo costruire.

Algoritmo democratico e autoritarismo cibernetico

Se è di futuro che vogliamo parlare, allora è da lì che dobbiamo partire. Un compito ingrato. In effetti, gli scenari futuri che possiamo immaginare sull’incontro tra intelligenza artificiale e sistemi sociali sono potenzialmente infiniti, come l’intreccio tra circostanze ed eventi che dà loro vita. Provo allora a semplificare. Considererò inizialmente due possibili – e plausibili – futuri: il primo utopico, il secondo distopico.

Il punto di partenza da cui muovono i due scenari venturi che esaminerò è identico. La progressione che ha segnato l’evoluzione delle intelligenze artificiali nella loro breve parabola di vita commerciale ci restituisce una fedele rappresentanza della prima, e più importante, caratteristica di qualsiasi prodotto tecnologico: la velocità. Nel novembre 2022, per far ragionare il primo modello di GPT servivano 20 dollari statunitensi per milione di token – ossia di “porzioni” di testo utilizzati dall’intelligenza artificiale per comprendere la domanda e generare una risposta. Due anni più tardi, lo stesso livello di prestazione costa 0,007 dollari per milione di token – circa 280 volte in meno. Peraltro, la pressione competitiva che ha favorito questo ribasso vertiginoso dei costi non accenna a rallentare. Per rendersene conto basta osservare i listini dei principali provider di intelligenza artificiale. Alla riduzione dei costi si è accompagnato l’aumento degli utenti. Nell’arco di tre anni, dal 2022 al 2025, l’intelligenza artificiale generativa ha raggiunto 1,2 miliardi di utilizzatori in tutto il mondo.

Abbiamo a che fare con una tecnologia pervasiva e in rapidissima evoluzione, su molteplici fronti: quello delle prestazioni, quello dei consumi, quello degli utenti e, non ultimo, dei rischi. Questo è il nostro punto di partenza comune – quello di arrivo invece?

Lo scenario utopico ci racconta una storia di integrazione armoniosa tra algoritmi e sistemi sociali. Nel settore pubblico promuove la metamorfosi degli apparati burocratici in “stati agentici” – traduzione “stonata” dell’inglese agentic state. Quest’ultimo può essere immaginato come l’evoluzione naturale dell’idea secondo cui una burocrazia interamente digitalizzata e interconnessa non ha più necessità di oberare cittadini e operatori economici di incombenze, disponendo già delle informazioni per istruire le decisioni. Lo stato agentico non conosce soltanto i bisogni della collettività. Li anticipa. Può, ad esempio, stimare con precisione l’impatto di turbolenze che attraversano i mercati, identificare misure correttive e stanziare risorse a bilancio da erogare, all’occorrenza, in modo tempestivo.

Nello scenario utopico l’algoritmo è democratico. Facilita l’ascolto della voce dei cittadini da parte delle sedi istituzionali, che prendono così decisioni più partecipate e condivise. Già oggi vediamo proliferare le piattaforme deliberative con componenti algoritmiche (come vTaiwan e Polis), i sistemi di analisi automatica delle consultazioni pubbliche e gli strumenti per il drafting legislativo assistito e l’analisi automatica degli emendamenti da parte delle assemblee parlamentari. Una stima prudenziale quantifica, solamente sul territorio europeo, in 200 i progetti pubblici per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale a fini “democratici”: consultazioni, supporto alla deliberazione, policy-making. Alcuni hanno intravisto in questo settore un’opportunità di investimento. Il valore del mercato delle piattaforme di civic engagement (molte delle quali integrano strumenti di intelligenza artificiale) nel 2025 è stato stimato in 3 miliardi di dollari globalmente.

Non solo democrazia. Nella visione utopistica l’integrazione algoritmica è celebrata anche per i benefici attesi nella ricerca scientifica, negli studi predittivi in campo sociale, nell’istruzione e nelle politiche attive per il lavoro.

Lo scenario distopico capovolge questa visione. Ma non ne contraddice lo spirito. Nulla di cui sorprendersi. La progressione futura dell’intelligenza artificiale è ancora immaginata nel paradigma dell’efficienza e sempre raccontata secondo la chiave della prosperità economica. La distopia c’è, ma non si vede. Sta nel costo di questa transizione algoritmica. È sempre lei: la democrazia. Chiarisco con un esempio. Nelle ambizioni più frequentemente evocate dai magnati del capitalismo tecnologico c’è la costruzione di cittadelle high-tech. Questi spazi pubblici – in realtà domini privati – perseguono dichiaratamente l’obiettivo di sfuggire al controllo degli stati nazione democratici, dalla tassazione che questi ultimi impongono alle imprese e dalle regole che applicano alla convivenza civile. Le cittadelle dei tecno-utopisti si fondano sul connubio tra criptovalute e intelligenza artificiale, propongono un solo uomo al comando e auspicano constituency di soli azionisti. Prospera, Asgardia e, più recentemente, Praxis, ricalcano tutte lo stesso modello ideologico fatto di deregolazione e capitale. Questa esasperazione della libertà economica assoluta mostra un futuro tecnologico agghiacciante, dove libertà e democrazia non sono più compatibili. La seconda ostacola la prima, perché portatrice di una ideologia egalitaria che deprime la spinta creativa dell’innovazione e mina la capacità competitiva degli Stati. Ecco allora che tutte le forme di autoritarismo cibernetico finiscono per sacrificare la democrazia sull’altare del benessere economico.

Utopia o distopia? Democrazia o capitale? Al netto di questi due estremi, è plausibile che le molte contraddizioni e tensioni che oggi attraversano le società contemporanee contamineranno domani anche l’intelligenza artificiale. Imporranno così un andamento irregolare, la cui caratteristica principale è l’essere composto da elementi del primo e del secondo scenario insieme. Tre brevi considerazioni finali, per aiutare chi legge a orientare il pensiero. Primo, coltivare l’ambizione dell’automazione inclusiva richiede investimenti ingenti, a partire dalle persone. Per i governi democratici è una sfida complessa e a bassa redditività, quanto meno nel breve periodo. L’autoritarismo cibernetico costa meno e rende meglio. Secondo, il connubio tra una politica iper-liberista e predatoria e gli interessi dei capitalisti tecnologici non necessariamente è destinato a durare. Questo modello, che oggi si mostra in modo prepotente, non ha ancora estinto il modello opposto delle regole e diritti. Né è detto lo farà. Terzo, tanto gli utopisti quanto i distopisti devono fare i conti con problemi più grandi, attuali e preoccupanti rispetto qualsiasi immaginazione del futuro dell’intelligenza artificiale. Parliamo di consumi energetici, di impatto ambientale e di sovranità.

Una generazione da ascoltare

Durante la pandemia 1,6 miliardi di studenti nel mondo non sono andati a scuola dall’oggi al domani. Mai successo nella storia. In Italia una situazione che ha provocato tanto spaesamento non è accaduta ai loro genitori né ai nonni, ma forse ai loro bisnonni o trisavoli durante le guerre mondiali e la pandemia della “Spagnola”.

Oggi gli adulti sono chiamati a sostenere ragazzi che nell’età della crescita hanno fatto un’esperienza destabilizzante che loro non hanno mai provato e quindi non possiedono un’esperienza vissuta tale per cui possono facilmente comprendere la portata della crisi per come è stata per questi giovani. L’orizzonte di attesa e speranza, appesantito da crisi ambientali, guerre e da un clima di forte incertezza, si è fatto difficile per i nostri ragazzi, più di quanto l’ordinaria crisi adolescenziale lo è stata per le generazioni precedenti. Al tempo stesso, nonostante le difficoltà e il futuro incerto, i giovani hanno dato prova di grande resilienza. Sono aumentate le loro fragilità, ma anche la voglia di vivere, di essere protagonisti, di far sentire la propria voce. Sono sempre di più i ragazzi che scendono in piazza per salvare il pianeta, che partecipano ad associazioni e movimenti per l’ambiente, la pace e i diritti civili. Impongono alle scuole una riflessione su questi temi, cercano in qualche modo di dettare l’agenda politica ai decisori, si informano, vogliono poter contare nelle decisioni, propongono soluzioni inedite eppure possibili a problemi emergenti. Per rendersene conto basta leggere le motivazioni che accompagnano le nomine dei giovani “alfieri della Repubblica” premiati dal Presidente Sergio Mattarella. È vero, la salute mentale di tanti adolescenti italiani mostra fragilità. Aumentano reati minorili, bullismo, dipendenze e nuove forme di isolamento come il ritiro sociale. Ma il disagio non è un destino inevitabile: per affrontarlo servono ascolto autentico, relazioni significative e una nuova alleanza educativa tra generazioni.

Indagini recenti di Con i bambini e Demopolis mostrano che oltre metà degli adolescenti si sente poco compresa dagli adulti; quasi 7 su 10 trascorrono il tempo libero in casa, segnalando la mancanza di luoghi di socialità soprattutto nei quartieri difficili. Il divario territoriale è, infatti, evidente: solo il 36% dei ragazzi delle periferie ritiene di avere opportunità per incontrare amici, contro il 61% dei coetanei in zone più protette.

Sono dati che non ci devono spaventare, ma chiamare all’azione. Il compito delle comunità educanti, che comprendono tutti gli attori coinvolti nella crescita e nell’educazione dei minori – non solo, dunque, la scuola e la famiglia, ma anche le organizzazioni di terzo settore, le fondazioni, le istituzioni e le imprese del territorio, il civismo educativo e soprattutto gli stessi ragazzi – è quello di garantire ai più giovani ascolto, vicinanza, opportunità per crescere in un contesto in cui possano esprimere sé stessi e i propri talenti e partecipare da cittadini alle comuni sfide e determinazioni. Le comunità educanti sono la risposta alla povertà educativa e di questo ne è sempre più consapevole l’opinione pubblica italiana, come emerge dalle indagini Demopolis promosse da Con i bambini. Infatti, nel 2019 il 46% degli italiani riteneva che la responsabilità della crescita dei minori fosse di tutta la comunità, un dato in progressiva crescita e ora giunto all’81%. Quello messo in campo dal Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile e da Con i bambini in quasi dieci anni è un cantiere vasto e ricco che sta già dando risposte alla crisi educativa italiana che possono tradursi in pratiche pubbliche permanenti. Oggi è possibile dare forza alle comunità educanti e, contestualmente, dare voce e potere agli stessi ragazzi e ragazze.

Una narrazione altra: “non sono emergenza”

Con i bambini, nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, promuove la campagna di comunicazione “Non Sono Emergenza”, che affronta il tema del disagio degli adolescenti proponendo una narrazione “altra”, partendo dai dati, dalle buone pratiche e dall’ascolto diretto dei giovani, per far emergere le dimensioni del fenomeno e favorire il protagonismo delle nuove generazioni.

I temi affrontati dalla campagna, attraverso dati, canali social ad hoc, il fotoreportage di Riccardo Venturi (di cui potete ammirare le foto nell’articolo) e il docufilm di Arianna Massimi – che per oltre due anni hanno percorso tutta l’Italia ascoltando direttamente i ragazzi e le ragazze – indagano le tante dimensioni del disagio che interessa gli adolescenti in Italia.

Ansia e depressione, isolamento volontario (hikikomori), preoccupazione per i destini del pianeta e per le guerre, disturbi alimentari, dipendenze da sostanze, alcool, device e giochi, si alternano a pensieri su razzismi e stereotipi oppressivi, bullismo, cyberbullismo, baby gang e sui temi della sessualità e dell’affettività. L’obiettivo della campagna “partecipativa” è sensibilizzare, ma anche favorire la partecipazione attiva di adolescenti, docenti e educatori civici, così come il coinvolgimento di scuole, enti di terzo settore e del privato sociale, istituzioni pubbliche e private, mondo della cultura, dello sport e dell’informazione. Gli adolescenti non sono una “generazione vuota”: etichettarli come “perduti” significa ignorare la loro capacità di impegno e la loro richiesta di fiducia. La risposta al disagio non può essere allarmistica e non è accettabile etichettare un’intera generazione come “emergenza”: occorrono interventi costruiti con i ragazzi, non solo per i ragazzi. Per questo il disagio degli adolescenti non riguarda solo i ragazzi, le ragazze e le loro famiglie ma tutto il mondo degli adulti, chiamati ad ascoltare e a comprendere che il benessere delle nuove generazioni deve essere un obiettivo condiviso.

 

Le immagini, i video, ma ancora di più le testimonianze e le storie di tanti ragazzi e ragazze, sono al centro della campagna e, insieme ai dati sul fenomeno elaborati dall’Osservatorio #conibambini, sono disponibili sul sito www.nonsonoemergenza.it e www.conibambini.org

Ibridi, inclusivi, incompleti. Luoghi come incubatori di talenti

Una società divisa in scatole e specializzazioni. C’è un tempo in cui, alle soglie del Novecento, la nostra vita urbana è stata ordinata per scatole e scomparti. L’istruzione è stata affidata alle scuole, l’arte ai musei, la cultura alle biblioteche, la natura ai parchi, la salute agli ospedali, lo sport alle palestre, il sacro alle chiese. Anche oggi i luoghi della città sono suddivisi in base a specializzazioni e competenze: posti diversi per persone diverse, posti distinti per funzioni distinte. Ai bambini in età prescolare è consentito muoversi entro spazi loro dedicati: il nido e la scuola dell’infanzia, il parco giochi e la ludoteca. Ragazzi e adolescenti hanno spazi ancor più circoscritti: il campo da calcio o da basket, il centro aggregativo o l’oratorio. Agli anziani, quando non sono ricoverati in case di cura, è concesso frequentare luoghi ricreativi loro dedicati. Anche gli immigrati da poco arrivati in città trovano subito le loro “scatole”: la scuola di italiano, la questura per il rinnovo dei documenti, luoghi etnici o religiosi come la moschea o la Chiesa ortodossa. Questa logica è ancor più radicale in relazione ad ambienti come il carcere, che assume un ruolo contenitivo più che riabilitativo. Chi vi opera sa come uno dei passaggi più duri e difficili sia proprio quello del fine pena e del rientro nella società, con cui spesso si è perso ogni contatto e famigliarità. La mia riflessione nasce da due domande: “scatole” e specializzazioni favoriscono la nostra salute pubblica o di fatto la rendono più fragile? Luoghi e spazi dedicati a bambini e ragazzi, promuovono la fioritura dei loro talenti o riproducono performance e aspettative definite dal mondo adulto?

Aprire le scatole: esempi storici e contemporanei Franco Basaglia per primo, negli anni Sessanta, si è reso conto con lucidità che nei luoghi di cura della malattia mentale le persone si ammalavano ancora di più. Il manicomio era un luogo di contagio originario che, nel tentativo di circoscrivere l’impatto della malattia mentale sulla società, di fatto la alimentava. Sembra una storia lontana ma oggi ha molto da raccontarci rispetto ai nuovi luoghi di confinamento come le case di cura per gli anziani, che nel periodo della pandemia si sono svelate come luoghi di solitudine e sofferenza inaudita piuttosto che di cura. Basaglia ci ha insegnato che è sempre possibile aprire porte e finestre, portare fuori i più vulnerabili, riprendere i rapporti con le famiglie e coi luoghi quotidiani di vita di uomini e donne segnati dalla malattia. “La libertà è terapeutica”, è il primo nucleo di idee che ha portato a una riforma radicale dei luoghi della salute mentale nel nostro Paese (Basaglia, 1979). Francesco Tonucci, in tempi più recenti, ha immaginato e progettato una città dove reintegrare la vita libera e autonoma di bambini e bambine, prima a Fano, la sua città, poi a Pesaro e in altri centri urbani d’Italia. La sua attività di pedagogista, illustratore e progettista ha preso le mosse da una riflessione amara e radicale sulla perdita di vita delle nostre città, divenute luoghi quasi esclusivamente commerciali dove bambini e bambine sono poco graditi. “Se al bambino togliamo lo spazio per giocare sotto casa e glielo ridiamo magari cento volte più ricco e più grande a un chilometro di distanza, secondo la logica della separazione e della specializzazione, di fatto glielo abbiamo tolto e basta”, scrive nel suo libro-manifesto La città dei bambini. Un modo nuovo di pensare la città (Tonucci, 2015). Confinandoli nelle case o nelle scuole, la città toglie ai bambini opportunità fondamentali di crescita e alla società adulta un contatto quotidiano e diretto con l’infanzia. Un terzo esempio contemporaneo viene dal carcere, luogo di eccellenza di separazione ed esclusione dal resto della società. Armando Punzo a Volterra, regista e attore, si è fatto internare da libero scegliendo di lavorare a tempo pieno per trasformare la casa di reclusione nel primo teatro stabile al mondo dove si fa creatività, bellezza, arte dentro un carcere. Quel luogo di reclusione è divenuto in venticinque anni un ibrido tra il teatro e il carcere, restituendo ai detenuti un contatto con la comunità e alla comunità saperi e creatività che arrivano dal carcere. Una circolarità che diventa rigenerativa per l’intera comunità cittadina. Queste storie visionarie di ieri e di oggi ci insegnano che ripensare ed aprire le scatole della nostra vita sociale è possibile e che in gioco non c’è solo il carattere inclusivo delle nostre città ma anche la possibilità di scoprire e coltivare talenti inattesi.

Coltivare talenti inattesi nei luoghi ibridi Ci sono luoghi che, sebbene nati con una propria vocazione e progettualità, hanno mantenuto un carattere ibrido e di incompletezza. L’Institut du monde arabe di Parigi e la Biblioteca Salaborsa di Bologna sono due esempi architettonici noti, citati da Michela Murgia (2016) a proposito del diritto alla bellezza. Luoghi che sono andati oltre le loro funzioni originarie e dove si recano persone di ogni età e condizione “perché andarci è bello”: padri e madri con bambini piccoli che a Bologna vanno a passeggio in biblioteca, senza lo scopo preciso di trovare un libro ma per il piacere di attraversare un luogo del bello e con nuovi stimoli; ragazzi e ragazze di svariate origini che trovano nella terrazza in cima all’Institut du monde arabe il luogo perfetto per una serata estiva tra amici, entrando in contatto con uno straordinario patrimonio interculturale che è parte integrante della società francese. Bellezza, accessibilità e ibridazione sono caratteristiche anche del Rondò dei Talenti di Cuneo, che ha una forma ben lontana dalla scatola e un flusso costante di persone e visitatori di ogni età e condizione sociale. Pensando ai talenti delle nuove generazioni, colpisce come non sia un ambiente pensato “per i ragazzi” ma qui molti di loro si mescolano a persone di altre età e condizioni, confrontandosi o semplicemente osservando e immaginando scenari per il proprio presente e futuro. La forma ibrida di questi luoghi sembra essere il miglior incubatore di talenti per le nuove generazioni. Senza l’aspettativa di adulti che attendono da loro performance e risultati, è molto più probabile che tutti – inclusi i più vulnerabili – riescano a trovare spazi di espressione e sperimentazione. Senza una settorializzazione disciplinare, l’accesso ai saperi diventa più libero e creativo, meno soggetto a stereotipi ed auto-stereotipi rispetto a discipline nelle quali si crede di riuscire bene o meno bene, penso alle Stem per le ragazze o all’orientamento verso la cura per i ragazzi. Senza vincoli da calendario scolastico, anche chi ha perso il passo e rischia di lasciare la scuola trova un luogo dove recuperare autostima e immaginazione, bussole fondamentali per non perdersi in tutte le fasi della crescita. È in questi luoghi dalle forme ibride, accessibili, incomplete che possono nascere e rinascere i talenti di tutti a beneficio dell’intera comunità.

Lessico giovanile. Come prendersi cura dei giovani (con le parole)

«Se noi adulti non ci occupiamo delle persone giovani anche dal punto di vista linguistico, facciamo loro un grave danno, impedendo loro di imparare a parlare e ritardandone il processo di apprendimento. Del resto, è dimostrato che noi esseri umani abbiamo bisogno di una cura anche mentale. E quest’ultima passa attraverso la parola».

Vera Gheno è una sociolinguista molto attenta all’utilizzo delle parole, alla loro origine, alla loro storia. Il linguaggio definisce i gruppi sociali e i giovani troppo spesso vengono raccontati con termini che, di generazione in generazione, li banalizzano, li colpevolizzano, li umiliano perfino. «E invece mi sento di affermare che in quest’epoca i giovani siano tra i pochi esseri umani sensati». Il prendersi cura dei più piccoli in un gruppo sociale è un percorso umano, inevitabile e pieno di meravigliose scoperte, così come di difficoltà. E in ogni periodo storico le minacce sono ben chiare: oggi vengono identificate nei social, nel digitale e in tutto quello che un adolescente può incontrare nella sua perenne connessione al web. «Da madre penso che l’ascolto dei figli sia molto faticoso. Inutile nasconderlo: viviamo una vita piena di impegni ed è difficile farsi una bolla di tranquillità per dare piena attenzione ai figli». Vero che gli adolescenti sono piegati sullo smartphone, ma è altrettanto comune la scena opposta. Quella di genitori che tengono il cellulare in mano mentre parlano coi figli. «Dobbiamo pensare al concetto dell’“I care” di Don Milani: me ne occupo, me ne prendo cura. Bisogna ritagliarsi del tempo per rivolgersi ai figli. Non perché sia palloso ma perché in un’economia di performance quello può sembrare tempo perso. E invece non lo è». L’elefante nella stanza, oggi, sono i social di cui siamo tutti, chi più chi meno, dipendenti. Al punto che le prime soluzioni draconiane sono state pensate e introdotte molto lontano da noi, in Australia. E alla fine stanno arrivando nel dibattito pubblico europeo.

Vietare i social ai minori di 14, 16 anni, richiedere la verifica dell’età, multare le Big Tech che non tengono fuori i giovani dalle piattaforme. Ma queste rappresentano davvero le soluzioni per prendersi cura dei giovani nell’epoca digitale? «Penso che sia una sciocchezza, perché i peggiori utenti del digitale sono gli adulti – sostiene Vera Gheno -. Abbiamo generazioni che si ritrovano in un contesto in cui il digitale è naturalmente presente». Ciò non significa però automaticamente essere alfabetizzati dal punto di vista digitale.

«Nelle scuole si fanno corsi che descrivono sempre il peggio di internet: cyberbullismo, revenge porn. E vietare il cellulare a scuola è una misura figlia di questo pensiero passatista. Difendere i ragazzi da qualcosa, invece che dare loro strumenti per gestire la complessità». Complessità che in tanti casi è generata dal mondo adulto.

Parlando con una sociolinguista è poi naturale riflettere sul fatto che nella crescita di un ragazzo e di una ragazza imparare nuove lingue costituisca un’esperienza arricchente, che apre a nuove culture e modi di descrivere o raccontare il mondo. «Il multilinguismo è una risorsa, ma le lingue a cui le persone giovani sono più interessate non sono quelle che passano dalla scuola. Sono invece legate alle loro passioni. Se uno guarda anime impara il giapponese, se adora il k-pop punta al coreano. Ho la sensazione che rientri nelle potenzialità intellettive proprie». Anche qui c’è dunque una distanza col mondo adulto. «Spesso nella relazione quello che succede è che i genitori sono spaventati da quello che possono fare online». Passioni, hobby e personalità non vengono dunque supportate in questo senso.

Prendersi inoltre cura delle nuove generazioni implica una riflessione non tanto sul loro domani, ma sull’oggi che devono attraversare. Ecco, allora, che diventa facile smontare la frase fatta dei giovani presentati come “cittadini del futuro”. «Sono piccoli esseri umani che hanno già una propria personalità, hanno una cittadinanza del presente. Hanno solo bisogni differenti, così come gli anziani. La questione di fondo è che la nostra società è ageista: discrimina gli anziani e i bambini». Ma quali sono le parole che potrebbero definire i giovani di oggi? «Direi complessità sicuramente. L’altra è curiosità». Conoscerli non significa idealizzarli, infantilizzarli, così come neppure criminalizzarli quando sbagliano. La recente miniserie Netflix “Adolescence” ha animato un intenso dibattito, specie tra i genitori. La storia di delitto commesso da un ragazzino e il racconto delle conseguenze sulla sua famiglia scuotono e interrogano. «Siamo di fronte alla banalità del male: scopriamo che anche nei ragazzini ci può essere negatività che viene pasturata ed esaltata da ciò che trovano nel digitale. Con questi influencer che propongono modelli di vita semplici, in cui vince l’idea che comunque è sempre colpa degli altri. Ripeto: è la banalità del male per via di un’aridità di modelli».

La musica per far crescere le nuove generazioni.

Il progetto Sanitansamble nasce nel 2008 nel Rione Sanità di Napoli. Ispirandosi al modello didattico “El Sistema”, fondato dal maestro venezuelano José Antonio Abreu per avvicinare i più giovani alla musica e creare così un sistema di organizzazione e sviluppo della comunità. Dall’intuizione di Eusebio Brancatisano e del Maestro Maurizio Baratta, con la volontà di Ernesto Albanese (presidente de L’Altra Napoli Onlus) e grazie all’impegno di padre Antonio Loffredo, parroco della Basilica di Santa Maria della Sanità, nasce quindi una realtà che avvicina i bambini e i ragazzi del rione alla musica. Nel marzo 2014, dopo sei anni di esperienza e numerosi riconoscimenti, viene fondata l’Associazione Sanitansamble, che raccoglie tra i suoi soci L’Altra Napoli Onlus e la Parrocchia Santa Maria della Sanità oltre che persone fisiche che danno un contributo fondamentale alla vita associativa sin dalle prime fasi di vita dell’orchestra. Infine, nel solco di quanto avvenuto nel Rione Sanità, nasce anche la Piccola Orchestra di Forcella.

Dell’importanza della musica e di come il progetto Sanitansamble sia diventato un emblema di partecipazione e contrasto al disagio sociale e giovanile, abbiamo parlato con l’insegnante di violino, Belardino “Dino” Cerabona e con il Maestro Paolo Acunzo.

Paolo e Dino, voi rappresentante l’orchestra, anzi le orchestre, di Sanitansamble e anche un po’ le due anime che le popolano, gli storici fondatori e i giovani musicisti che sono cresciuti in seno all’associazione. Chi siete e di cosa vi occupate esattamente?

[Paolo] Io sono un direttore d’orchestra e sono il direttore delle orchestre di Sanitansamble e direttore artistico e musicale di Altra Napoli Onlus – Sanitansamble nella loro veste associativa. Sanitansamble l’ho vista nascere e, con lei, sono cresciuto anch’io sia professionalmente, sia soprattutto umanamente.

[Dino] Io invece sono laureato in violino al conservatorio, insegno soprattutto ai ragazzi di Forcella, nella neonata costola di Sanitansamble, e poi svolgo la mia professione in altri contesti di insegnante. Sono uno dei bambini di Sanitansamble, dove ho iniziato a suonare all’età di 12 anni, il 60% delle mie esperienze le ho fatte proprio con loro, lì è dove ho imparato a essere musicista, ben prima del conservatorio, e ora mi trovo dall’altra parte della barricata, vicino ai miei ragazzi.

Che cos’è e cosa rappresenta Sanitansamble per voi?

[Paolo] In passato, ci sono stati anni difficili per il Rione Sanità e padre Loffredo a inizio anni 2000 si è occupato di dare nuove prospettive ai giovani, di coinvolgerli in attività che potessero portarli poi a trovare un lavoro, e tra le varie attività a cui si è pensato, in quel marasma e in quel fervore di eventi, nel 2008 siamo nati anche noi. All’inizio avevamo ventotto ragazzi, oggi sono più di cinquanta tra i 10 e i 21 anni, abbiamo sia l’età dell’orchestra giovanile, dai 15 ai 21 anni, sia l’infantile-junior con ragazzi dai 10 ai 14 anni. I Maestri di oggi sono i ragazzi che iniziarono con noi nel 2008, i più grandi trasmettono attraverso l’esperienza di vita e musicale le competenze ai più giovani. I ragazzi poi sanno perfettamente di avere una grande opportunità che la maggior parte dei loro coetanei non possiede e prendono quindi con grande serietà questo dono, che è anche una grande responsabilità.

[Dino] Per me Sanitansamble è stata, ed è ancora, una scuola di vita. L’intento dell’associazione è quello di far studiare e far fare esperienza. Ci hanno affidato questi ragazzi che erano bambini e ora li vediamo crescere. I miei ragazzi mi scrivono anche alle dieci di sera perché magari hanno discusso con un amico o con i genitori e vogliono un consiglio, c’è un rapporto molto stretto anche a livello umano e personale. Loro non pagano nulla e sono molto riconoscenti in un modo speciale e tutto loro, anche solo offrendoti un caffè, che per loro è in ogni caso una rinuncia. Sanitansamble significa fratellanza ed equità, i ragazzi vivono con profondo rispetto ciò che fanno. Parliamo comunque di bambini e adolescenti, quando sono tutti insieme talvolta ti portano all’esasperazione, ma è bello vedere il loro entusiasmo, sono un gruppo coeso e compatto, nessuno vuole dimostrare di essere più bravo di qualcun altro.

Come si svolge la partecipazione all’attività?

[Paolo] I ragazzi sono impegnati almeno tre giorni alla settimana tra lezioni individuali, lezioni di solfeggio e prove d’orchestra. Inoltre, prima dei concerti e delle esibizioni, abbiamo anche le prove di fila. È un grande impegno perché di mattina vanno a scuola, di pomeriggio si dedicano alla musica e la sera studiano e fanno i compiti, ma nessuno di loro ha mai mancato un appuntamento se non per ragioni di salute. Il costo di tutte queste attività sarebbe elevato, proibitivo per alcune famiglie, arriviamo a circa 150-200 euro al mese, ma qui i ragazzi hanno tutto gratis: lezioni, libri, strumenti, che vengono forniti in comodato d’uso gratuito. Nonostante la mole di lavoro che questo comporta, la risposta e il coinvolgimento sono sempre molto positivi. Fare musica è un’altra lingua, un’altra cosa, si crea un’atmosfera magica, chi non è musicista ascolta quello che l’orchestra ti suona, ma quando ci sei dentro e stai producendo le note, non hai idea di quanto tu sia sereno, felice, immerso, timoroso di commettere un errore, adrenalinico. È una sensazione speciale e i ragazzi la vivono appieno.

[Dino] Noi fin dall’inizio abbiamo dato un’impronta professionale a questo progetto e non a caso i ragazzi quasi ogni giorno fanno lezioni o prove. Abbiamo creato una sorta di piccolo conservatorio con tanti docenti individuali, e poi ci sono io che coordino le due orchestre e li seguo uno ad uno. Qualche anno fa, poi, abbiamo deciso di esplorare anche il mondo del canto a Forcella, così ora abbiamo anche il coro di voci bianche con due maestre. Abbiamo inoltre un direttore didattico che organizza le lezioni e le attività, Maestro Gabriele Bernardo, con cui io condivido il lavoro quotidiano. Questi ragazzi mancano raramente alle lezioni perché sono contagiati dall’entusiasmo, hanno visto i più grandi che poi sono diventati maestri, che sono riusciti a farne un lavoro, e hanno un motivo per non venire meno a questo dono. Io poi nelle mie lezioni non mi limito all’aspetto musicale, ma cerco di includere anche l’aspetto più squisitamente didattico e pedagogico, per esempio indicando loro il valore economico degli strumenti che stanno suonando, o parlando loro dell’attualità, delle difficoltà che altri ragazzi come loro stanno affrontando senza l’opportunità di trovare rifugio nell’arte, nella cultura, nella bellezza. Loro hanno in mano uno strumento di pace, non di odio, non di morte, e devono farlo fruttare per il messaggio di speranza che la musica può veicolare. Al Rione Sanità abbiamo 15 Maestri e quasi altrettanti a Forcella, per decine di ragazzi, e non si è mai rotto uno strumento se non per usura, c’è molta attenzione in questo senso da parte dei ragazzi. Oggi è facile parlarne ma il progetto è stato costruito meticolosamente, nulla è stato lasciato al caso. Ultimamente abbiamo fatto il gemellaggio con l’Orchestra Sinfonica della RAI di Torino e due ragazzi hanno suonato con loro, attirando in tal senso lo stupore e l’ammirazione da parte della stessa Orchestra che ha riscontrato in loro un atteggiamento professionale, forse inatteso. Inoltre, ci tengo a sottolineare come alcuni nostri ex allievi nella vita abbiano proseguito lo studio in altri rami: abbiamo laureati in medicina, chimica, ingegneria, ma l’impostazione, il metodo, l’idea di impegno e sacrificio, li hanno appresi qui, e ne hanno raccolto i frutti nel prosieguo delle loro vite.

Tirando le fila delle vostre preziose esperienze, possiamo quindi dire che la musica salva la vita?

[Paolo] Assolutamente sì, la musica ha salvato la vita di tutti questi ragazzi. Nel 2008 vivevamo in un Rione Sanità dove c’era molta criminalità, dove i ragazzi rischiavano di finire uccisi per strada solo per essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. I nostri ragazzi non hanno avuto tutto dalla vita, ma trovano il tutto nello studio, nella musica, nella partecipazione all’orchestra. Il nostro lavoro, quello mio e degli insegnanti, è anche la dimostrazione tangibile che si può vivere facendo ciò che si ama e non ricorrendo a espedienti criminali. Per loro Sanitansamble ha rappresentato una rinascita.

[Dino] Credo che tra tutti i ragazzi che abbiamo avuto con noi, ci sia sicuramente stato qualcuno che sia stato salvato da un contesto particolarmente difficile, ma io parlerei principalmente di un concetto di aiuto in senso ampio, perché se frequenti un ambiente come questo, se sei impegnato con lo studio e con le prove, ti allontani da altri contesti dove magari ci sono strade sbagliate, pericolose e non costruttive. Per quanto riguarda me, non ringrazierò mai abbastanza Sanitansamble per avermi fatto scoprire il bello e il buono che erano dentro e intorno a me. La musica ha salvato la vita di tutti questi ragazzi.

Il processo di rigenerazione urbana tra bellezza, architettura e giustizia spaziale

Ripensare la relazione tra i luoghi e le persone, restituire allo spazio una forma fisica ma soprattutto un significato collettivo, concepire ogni azione progettuale come un atto di ascolto e una conversazione continua con il territorio e con i suoi abitanti. Dovrebbero essere questi, a nostro giudizio, gli assunti di partenza più credibili di qualunque processo di rigenerazione territoriale, intesa come pratica culturale che incide sulla convivenza e sull’immaginazione del futuro, intrecciando dimensioni sociali, ecologiche ed estetiche. Rigenerare, allora, come riattivazione di nuove energie collettive, ma anche come momento in cui lo spazio si fa linguaggio e la comunità si riconosce nel proprio paesaggio, riscoprendo l’identità e l’appartenenza. Ed è proprio in questo scenario che l’architettura è chiamata a riscoprire la sua rilevanza pubblica, intervenendo nei margini e nei vuoti per trasformare la fragilità in significato e opportunità. L’architettura, dunque, diventa uno strumento sociale e un dispositivo pedagogico capace di generare comunità prima ancora che edifici. Ma l’architettura e la rigenerazione non possono prescindere dal concetto di bellezza, da sempre dibattuto e dalla definizione spesso sfuggente, che per noi, in realtà, assume un significato ben preciso: nessun lusso e nessun valore decorativo, ma una forma di responsabilità collettiva e una questione pubblica da perseguire nel quotidiano.

Parlare di rigenerazione, allora, significa decostruire la nozione stessa di bellezza e liberarla dal dominio dell’estetica superficiale. Lontana dal mero estetismo, la bellezza si trasforma in un campo complesso dove si amalgamano aspetti materiali (forma, materia, tecnica, risorse) e immateriali (relazioni, memoria, appartenenza, fiducia). Non è un fine da perseguire, ma un effetto collaterale virtuoso di processi fondati sulla cura, sull’ascolto e sulla responsabilità. Ogni progetto deve interrogarsi sui beneficiari e sulle conseguenze, configurandosi come un atto democratico e, in senso profondo, come una forma di giustizia spaziale. In quest’ottica, quindi, rigenerare non significa riparare, ma riattivare energie latenti operando, ad esempio, con l’esistente, privilegiando il riuso, la manutenzione e la sostenibilità. Un’azione corale che rende l’intero cantiere uno spazio pedagogico e civico, un luogo dove la partecipazione diventa generativa.

Ogni cantiere condiviso deve diventare un laboratorio di cittadinanza, ma anche un esercizio collettivo in cui l’architetto smette di imporre soluzioni e impara a formulare la domanda giusta per quel contesto. La costruzione, allora, come atto educativo, come gesto di restituzione, come esperienza che si sedimenta nel territorio e che lascia tracce durevoli nella memoria. In questo solco si innestano alcuni dispositivi in-situ a cui abbiamo avuto modo di lavorare negli ultimi anni (microarchitetture, installazioni e spazi temporanei concepiti non come soluzioni definitive, ma come inneschi capaci di attivare intelligenze collettive e nuove narrazioni) e si inseriscono parimenti le scelte tecnico-etiche compiute tra cui l’uso di materiali locali e il ricorso ad assemblaggi a secco, alla leggerezza e soprattutto alla reversibilità, interpretabile come l’anti-monumento, ovvero come un gesto che permette la sperimentazione a basso rischio senza ipotecare il futuro del suolo e offrendo la possibilità di evoluzione, adattamento e rimozione.

Dall’Archibûse a Garessio (CN) al progetto Meta a Villeurbanne (Francia), dalle 3 Torri di Castelbianco (SV) a Tetto al Biranco di Ormea (CN) fino al progetto Ricostruire il Castello di Lisio (CN). Piccoli esempi di iniziative puntuali e tangibili che allenano alla collaborazione, abituano al cambiamento e costruiscono fiducia tra cittadini e istituzioni. Ecco, allora, che l’architettura può rendere visibile una bellezza latente (nascosta nei luoghi e nelle relazioni) e soprattutto condivisa, capace di creare coesione, fiducia e memoria. La bellezza non come risultato statico, in definitiva, ma come linguaggio condiviso per esprimere valori comuni, raccontare appartenenze e immaginare insieme il futuro. È una promessa di collaborazione e di crescita che si rinnova passo dopo passo attraverso la pratica, la ricerca e l’esperienza diretta del fare architettura.

 

Giovani generazioni e benessere mentale una sfida per tutta la comunità

Negli ultimi anni stiamo assistendo a trasformazioni significative della nostra società, un processo che coinvolge anche i giovani e gli adolescenti. A partire dalla pandemia da Covid-19, sempre più nel dibattito pubblico si parla di malessere delle nuove generazioni. In realtà, all’interno della comunità scientifica si discuteva di un preoccupante aumento delle problematiche psichiche in infanzia, ma soprattutto in adolescenza, già da prima. Un aumento di ragazzi e ragazze con queste problematiche veniva riportato negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in molti Paesi europei, ossia in tutti i paesi “ad alto reddito”. La pandemia verosimilmente ha peggiorato un andamento che però era già da diversi anni oggetto di attenzione da parte della comunità scientifica.

In particolare, chi si occupa di problematiche di salute mentale in adolescenza ha rilevato come siano aumentate le ragazze che stanno male (più dei ragazzi), e gli adolescenti che riportano problematiche clinicamente significative di ansia, di difficoltà alimentari (fino a veri e propri disturbi alimentari, come l’anoressia nervosa), che presentano pensieri inerenti la morte per suicidio (ideazione suicidaria), si fanno del male o che mettono in atto veri e propri tentativi di suicidio. In uno studio coordinato dal Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche dell’Università di Torino, che ha analizzato oltre 1 milione di accessi in pronto soccorso pediatrico in 9 ospedali universitari italiani nel periodo 2018-2021, si è osservato un aumento delle visite per motivo psichiatrico. Più nel dettaglio, tra il 2018 e il 2021 sono aumentate in maniera significativa le visite in pronto soccorso per disturbi alimentari (+294.8%), per “ideazione suicidaria” (+297.8%) e per tentativi di suicidio (+249.1%).


Questi dati italiani sono congrui con quanto descritto dalla comunità scientifica internazionale, tanto che la prestigiosa rivista medica “The Lancet”, così come altre istituzioni internazionali, ha dichiarato la presenza di una vera e propria “crisi della salute mentale dei giovani”. I motivi che hanno sostenuto l’emergere di questa crisi non sono, al momento, chiaramente definiti e compresi. Sicuramente si tratta di un fenomeno complesso in cui molti fattori – economici, sociologici, culturali e clinici – sono coinvolti. Si discute molto del ruolo dell’esposizione ai social media, come proposto dagli psicologi americani Jean Marie Twenge e Jonathan Haidt, ma è necessario tenere in considerazione probabilmente anche altri fattori, come problematiche di tipo economico, un aumento delle disuguaglianze, la percezione di insicurezza geopolitica, la crisi climatica, il cambiamento sostanziale della struttura dei nuclei famigliari, spesso frammentati e soli, un clima sociale e politico sempre più aggressivo, per citarne alcuni. In tutto questo vanno considerati anche gli sforzi compiuti in tutto il mondo per ridurre lo stigma rispetto alla “malattia mentale”, ancora presente e drammaticamente influente sulla possibilità di accesso alle cure. C’è chi si interroga, nella comunità scientifica, sul fatto che questo processo di de-stigmatizzazione possa avere avuto un ruolo nell’aumento delle diagnosi e delle prese in carico dei ragazzi e delle ragazze di oggi che, più fragili e in crisi identitaria, sono alla ricerca di una definizione esterna di chi sono. Ci si chiede se questo possa aver contribuito all’aumento di coloro che, a fronte di fisiologiche difficoltà dell’adolescenza, ritengano di avere difficoltà di altra natura e quindi cerchino diagnosi psichiatriche.

Pur non avendo compreso a fondo le ragioni che sostengono questa crisi, e tenendo in mente che è necessario lavorare e continuare a fare ricerca per definire l’origine del problema, non possiamo stare ad aspettare e siamo chiamati, come comunità di adulti, a cercare soluzioni. Davanti ad un problema complesso, le strategie di intervento dovranno essere multidisciplinari, integrate, a più livelli: insomma “complesse” anche loro. Soluzioni che agiscano a livello dei singoli ragazzi/e, delle loro famiglie, delle loro comunità (e in particolare, a scuola) e online. È importante offrire soluzioni che non siano esclusivamente mediche, ma possano agire sui fattori di resilienza o funzionino in una logica protettiva. Le connessioni sociali sono le più importanti: i legami che un ragazzo o una ragazza hanno con i pari, con gli adulti di riferimento e con famigliari rappresentano un capitale essenziale per affrontare le fisiologiche difficoltà della vita. L’altro aspetto che va sicuramente potenziato riguarda le abilità sociali ed emotive dei ragazzi e delle ragazze, partendo da un lavoro di prevenzione che abbia radici nella prima infanzia: l’obiettivo è sostenere la capacità di comprendere e gestire le proprie emozioni, curare e gestire le relazioni interpersonali, comprendendo che alcuni conflitti sono inevitabili, fanno parte della vita e si possono risolvere. In questo gli adulti hanno una grande responsabilità, sia come singoli individui sia come comunità: sicuramente possono agire con politiche volte a ridurre gli svantaggi sociali e le disuguaglianze economiche ma, a livello di singoli individui, sono chiamati a essere persone di significato e di valore, che incoraggiano e sostengono gli adolescenti, o genitori solidi, comprensivi e affettivi, che accompagnano i figli nel loro percorso di crescita.

È necessario quindi prendere posizione e mettere in atto strategie ed interventi per sostenere, supportare e prendersi cura della salute mentale delle nuove generazioni. Questo riguarda innanzitutto le istituzioni e i decisori politici, chiamati a mettere in campo programmi di monitoraggio del benessere dei giovani che investano, anche economicamente, sulla ricerca in salute mentale, adottino strategie di prevenzione e programmi di intervento basati sulle evidenze scientifiche, lavorino per politiche economiche sociali e sanitarie volte alla riduzione delle disuguaglianze e all’accesso alle cure e diano priorità a questo tema, che è cruciale per lo sviluppo e il benessere delle generazioni future.

Ma la crisi della salute mentale dei giovani interpella anche direttamente le comunità, le organizzazioni, i singoli cittadini, in un’ottica di collaborazione e sinergia: solo così gli interventi potranno situarsi in una cornice di senso più generale e non diventare progetti virtuosi, ma estemporanei.

Una società più adatta a supportare il benessere mentale dei giovani sarà una società migliore per tutti noi: i ragazzi e le ragazze ci pongono davanti ad una sfida che può diventare un’opportunità unica per trasformare il mondo in un luogo più vivibile per tutti.

La scomparsa dei giovani

Nel corso della storia i giovani sono sempre stati più abbondanti degli adulti e ancor più degli anziani. Oggi non è più così. Si tratta di un cambiamento epocale messo in moto dalla Transizione demografica, alla cui base sta la riduzione della mortalità prematura e la trasformazione dei comportamenti riproduttivi.

Nei primi decenni dell’Italia unita, un bambino su cinque moriva prima del primo anno di vita e meno della metà dei nati arrivava all’età adulta. Con il miglioramento della sopravvivenza e la riduzione della mortalità infantile, il livello di fecondità compatibile con il ricambio generazionale si è progressivamente avvicinato a due figli per donna. In teoria, questo avrebbe potuto assicurare una struttura demografica stabile. Nella fase più avanzata della transizione, però, il processo ha smesso di comportarsi come una vera “transizione”. I paesi più maturi non si stabilizzano intorno alla soglia di equilibrio, ma tendono a scendere ben al di sotto di essa, in modo persistente. Il numero dei paesi con fecondità elevata diminuisce costantemente, concentrandosi ormai quasi solo nell’Africa subsahariana, dove oggi la media è di circa quattro figli per donna. Al contrario, si allarga il gruppo dei paesi con fecondità inferiore alla soglia di sostituzione, che comprende ormai più della metà delle nazioni del mondo, compresa America Latina e la maggior parte dell’Asia, compresi India e Cina. Per la prima volta nella lunga storia dell’umanità, la capacità di garantire continuità nel tempo è minacciata non tanto da fattori esterni – guerre, carestie o epidemie – quanto da fattori interni, legati alle scelte individuali e alle condizioni sociali in cui tali scelte si formano. L’Europa è l’area in cui la transizione demografica è iniziata per prima. La parte occidentale del Vecchio continente è scesa sotto la soglia di sostituzione tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta. Oggi l’Unione europea registra nel complesso un tasso medio di fecondità inferiore a 1,5 figli per donna, con nessuno Stato membro che raggiunge il livello necessario per mantenere l’equilibrio generazionale.

Cosa dobbiamo aspettarci per il futuro? Dove ci sta portando la transizione demografica? Le traiettorie demografiche delle economie mature e avanzate delineano due diversi scenari. Nel primo, il tasso di fecondità – pur molto più basso rispetto al passato – si mantiene non troppo sotto la soglia di sostituzione, consentendo di stabilizzare la base demografica in combinazione con un saldo migratorio positivo. Nei contesti che rientrano in questo scenario l’invecchiamento procede in modo gestibile e sostenibile, consentendo di adattare il sistema economico e sociale al cambiamento strutturale della popolazione e cogliere i benefici di vite più lunghe e attive. Nel secondo scenario, invece, la fecondità resta stabilmente su livelli troppo bassi (inferiori a 1,5) con flussi migratori che, pur abbondanti, non riescono a compensare il saldo naturale negativo. In questo caso la transizione demografica diventa crisi demografica: la popolazione anziana cresce mentre le nuove generazioni si assottigliano sempre di più, indebolendo la base della forza lavoro e mettendo a repentaglio la tenuta dello stato sociale. Con il tempo, questi squilibri si autoalimentano: le opportunità per i giovani peggiorano, la fiducia collettiva si erode, e la spirale demografica si avvita verso il basso. Anche l’immigrazione perde efficacia come leva di riequilibrio, poiché i paesi meno dinamici e coesi faticano ad attrarre e trattenere giovani migranti qualificati.

L’Italia è uno dei paesi più esposti a questo secondo scenario. Dopo aver raggiunto il picco di 60,3 milioni di abitanti nel 2014, scesa sotto i 59 milioni nel 2023. Il tasso di fecondità è ormai sotto 1,2 figli per donna, tra i più bassi d’Europa. Le proiezioni Istat del 2024 indicano un’ulteriore discesa: 55 milioni di residenti entro il 2050, poco più di 46 milioni nel 2080.

A questa contrazione si accompagna un processo di degiovanimento, ovvero un progressivo indebolimento quantitativo e qualitativo delle nuove generazioni. Affrontare questa crisi, come indico nel mio recente libro “La scomparsa dei giovani. Le 10 mappe che spiegano il declino demografico dell’Italia” (Chiarlettere), richiede un approccio sistemico. Aumentare l’occupazione giovanile e femminile non serve solo a compensare la riduzione della forza lavoro, ma anche a creare le condizioni che rendono possibili le scelte di vita e di genitorialità. Le politiche migratorie devono puntare non solo a colmare i vuoti occupazionali, ma a favorire percorsi di integrazione e di progettualità stabile. Investire in servizi per l’infanzia, congedi parentali e flessibilità lavorativa è indispensabile – ma altrettanto necessario è promuovere un cambiamento culturale, ridistribuendo in modo più equo le responsabilità di cura e valorizzando l’equilibrio tra lavoro e vita privata. L’obiettivo non è semplicemente “conciliare” lavoro e famiglia, ma permettere ai giovani di realizzarsi pienamente integrando positivamente entrambe le sfere. Tutto questo non dobbiamo farlo per rispondere alla crisi demografica, ma perché consente di costruire un modello sociale e di sviluppo coerente con le sensibilità e le opportunità del XXI secolo. Se però non diamo risposte efficaci in tale direzione, l’inerzia demografica ci spingerà sempre più ai margini rendendo insanabili squilibri e diseguaglianze. È necessario allora ridefinire le basi di un patto sociale credibile, che impegna tutto il Paese ad assumere l’investimento sulle nuove generazioni come priorità strutturale e di lungo periodo, senza la quale nessuna strategia di sviluppo, coesione sociale e tenuta democratica può reggere nel tempo.

Creare bellezza per generare speranza, consapevolezza, comunità, futuri

C’è un filo sottile, quasi invisibile, che negli ultimi anni ha ricominciato a legare le persone ai luoghi: un filo fatto di cura, di desiderio, di presenza. Lo chiamavamo “bellezza”, come fosse un concetto astratto, un lusso accessibile solo quando tutto il resto era già sistemato. Oggi, invece, la bellezza è tornata a essere ciò che è sempre stata nelle comunità più vive: un bene necessario. Un motore. Uno strumento.

Il programma RAI “GenerAzione Bellezza” che ho l’onore di condurre dimostra quanto tutto questo sia reale, fattibile e verificabile in ogni angolo d’Italia. Perché la bellezza non è un vezzo estetico. È una postura. È il modo in cui scegliamo di stare al mondo. Lo si comprende guardando le comunità che hanno deciso di rigenerarsi partendo proprio da un muro scrostato da sistemare, magari partendo da soli ma poi trovando chi ti segue, perché capisce quanto sia ampia la differenza tra prima e dopo. Da un teatro storico riaperto dopo decenni di silenzio, da un giardino pubblico che improvvisamente diventa un luogo di incontri. La bellezza, quando accade davvero, attira le persone, le unisce, le mette in movimento. Per anni l’abbiamo trattata come qualcosa di fragile, da contemplare a distanza, da proteggere dentro cornici o musei. Oggi scopriamo che la bellezza funziona davvero solo quando la tocchi, quando la abiti, quando la fai tua. Le comunità che hanno scelto di investirci tempo, fatica, energie lo sanno bene: non è solo un valore culturale, è una competenza. Una tecnologia emotiva e sociale.

È proprio qui che la bellezza diventa un “ponte”: fra ciò che siamo e ciò che sogniamo e possiamo essere. Fra l’inerzia e l’azione. Le storie che arrivano da territori feriti ci raccontano tutte la stessa cosa: la bellezza, quando diventa condivisa, smette di essere un ornamento e diventa una spinta. Una leva per crescere singolarmente e collettivamente che ci porta a collaborare, ad allargare lo sguardo. Perché dove si è creato spazio alla bellezza, le persone hanno trovato spazi adeguati anche ai propri sogni. E viceversa, dove alcune persone hanno iniziato a seguire il proprio sogno intimo si è creato lo spazio perché le cose potessero cambiare. Processi fragili all’inizio, come una gravidanza, che però quando attecchiscono crescono incorporando anche quella selva di invidie e frustrazioni che blocca la crescita di tanti territori prigionieri di un campanilismo di mezza tacca. In questi anni ho incontrato decine di esempi che dimostrano una cosa semplicissima: SI PUÒ FARE. Nei vicoli del Rione Sanità di Napoli o del quartiere Danisinni di Palermo, lì dove era finita anche la speranza, tutto è cambiato; tra le case abbandonate di borghi belli e sperduti come Aielli o S. Angelo, che rinascono colorandosi di murales e di visitatori che riportano la vita e il lavoro; nelle periferie imbruttite delle grandi città come Catania dove anche i cavalcavia si riempiono di volti e opere d’arte; tra le valli piemontesi, in paesi come Ostana e Melle, da cui si voleva andare via e dove la bellezza dei restauri delle case e un’imprenditorialità creativa ha permesso ai giovani di tornare e riportare la vita. O infine lungo la Via degli Dei o il Cammino dei Ribelli, dove la bellezza di spazi incontaminati diventa motore generativo di economia sana. Un progetto di bellezza crea vita e sviluppo, benessere e lavoro, consapevolezza e speranza. Non è decorazione ma cambiamento. Serve a fare comunità. Serve a renderci migliori, non in senso morale, ma in senso umano: più attenti, più consapevoli, più capaci di immaginare. E forse è proprio questo il miracolo che avviene:

la bellezza come progetto ci ricorda che la realtà può essere trasformata. Che ciò che è malato può essere curato. Quello che è sterile può tornare fertile. Che le nostre vite possono cambiare. E che, quando una comunità sceglie di farlo insieme, il futuro smette di fare paura e torna a essere una possibilità. Per tutti.

Intelligenza artificiale, tra economia e politica globale

Per capire il ruolo politico dell’intelligenza artificiale, si può partire da un luogo inaspettato: Nashville. Il centro della musica country del Tennessee, immortalato da Robert Altman nell’omonimo film, ha ospitato a giugno 2025 una importante conferenza sulla visione artificiale, disciplina essenziale per la robotica e la guida autonoma.

Se scorriamo il comitato organizzatore della conferenza, scopriamo che la maggior parte delle persone sono di origine cinese, anche se lavorano nelle università degli Stati Uniti o in grandi società digitali come Facebook-Meta o Google-Alphabet. /Questa è la prima, importantissima implicazione dell’intelligenza artificiale a livello globale da considerare. Migliaia di ricercatori studiano e si formano per lavorare ai fondamenti di questa disciplina e alle sue varie applicazioni. Si specializzano, pubblicano articoli, registrano brevetti, si incontrano nelle conferenze. Come dice Jensen Huang, il leader di NVIDIA, l’azienda al centro del sistema, il 50% dei ricercatori sull’intelligenza artificiale al mondo sono cinesi. Gli Stati Uniti sono, tuttora, il principale polo di attrazione di queste persone. Alcune aziende, come Meta, hanno offerto negli ultimi mesi ai ricercatori centinaia di milioni di dollari per assicurarsi la loro professionalità.

Allo stesso tempo, l’intelligenza artificiale è anche una filiera industriale e così può essere compresa a livello politico. Noi vediamo alcuni prodotti, come i generatori di testo, e possiamo pensare, come in altri ambiti della vita digitale, che la tecnologia si esaurisca lì. Niente di più falso.

Il funzionamento dell’intelligenza artificiale, nel ciclo attuale, è invece dovuto alla costruzione e all’attività di enormi data center, che ospitano le strutture elettroniche che rendono possibile l’addestramento e il funzionamento dei modelli che noi usiamo. Questa filiera produttiva si basa sull’industria dei semiconduttori, che da decenni accompagna e abilita la nostra vita digitale, attraverso prodotti e procedimenti sempre più sofisticati, che hanno una dimensione geografica e politica. Come, per esempio, i macchinari dei Paesi Bassi e del Giappone, i gas tecnici francesi, i software di progettazione degli Stati Uniti, le fabbriche di Taiwan, le aziende asiatiche dell’assemblaggio.

È proprio sulla struttura e sulle varie capacità dell’industria dei semiconduttori che si gioca, almeno da un decennio, buona parte della competizione tecnologica tra gli Stati Uniti e la Cina. I clienti dell’azienda statunitense che è attualmente capo-filiera delle infrastrutture dell’intelligenza artificiale, NVIDIA (co-fondata nel 1993 in California da un immigrato nato a Taiwan), sono le grandi aziende digitali del nostro pianeta, dalla statunitense Microsoft alla cinese Tencent. Per questo i prodotti di NVIDIA sono stati al centro delle trattative commerciali tra Stati Uniti e Cina. Oggi la Cina non ha ancora raggiunto le capacità degli Stati Uniti in tutti i segmenti e non dispone delle stesse risorse finanziarie, ma agisce per rendere la sua filiera sempre meno dipendente dagli avversari, sfruttando anche l’ampiezza del suo capitale umano.

In questa filiera industriale, i data center non dipendono solo dall’elettronica avanzata ma anche dalla disponibilità di energia e acqua, dalla stabilità delle reti di trasmissione, dai sistemi di raffreddamento, dai cavi, dalle competenze e dai lavoratori che rendono possibile la loro costruzione e le loro operazioni, come elettricisti, idraulici, operai. I vari Paesi, quindi, competono e competeranno anche sulla disponibilità di forza lavoro specializzata per gestire queste infrastrutture.

Dietro e oltre la filiera industriale che serve per “fare” l’intelligenza artificiale, e che Jensen Huang non a caso chiama “fabbrica dell’intelligenza artificiale”, ci sono altri usi e altre applicazioni degli utenti finali, che siano aziende o privati. Per esempio, si va dai sistemi di raccomandazione dei social media all’ausilio nella scoperta di nuovi farmaci, dalla programmazione alla robotica umanoide e alla guida autonoma, dal controllo dei droni e dei sistemi di difesa missilistica fino alla riduzione dei difetti nelle grandi strutture produttive industriali.

L’enorme ciclo di investimenti in corso sui data center, alimentato dai giganti digitali statunitensi e cinesi, oltre che da alcuni Stati con grande disponibilità di capitali (come le monarchie del Golfo), non deve farci perdere di vista una questione essenziale: il mantenimento delle promesse di ciò che oggi chiamiamo “intelligenza artificiale” si misurerà proprio sui risultati concreti di queste applicazioni. /In questo contesto, il ruolo dell’Europa dentro la trasformazione in corso si misurerà sulla capacità di migliorare la propria posizione nella formazione e nell’attrazione dei talenti che muovono la tecnologia, nella generazione e nella crescita di nuove imprese ma anche nella pervasività degli usi industriali, soprattutto per quanto riguarda l’interazione del digitale con la manifattura. Solo attraverso un’azione determinata su tutti questi assi di intervento sarà possibile – in parte – recuperare il ritardo accumulato dall’Europa nei precedenti cicli tecnologici e salvaguardare le nicchie di competenze che ancora esistono nel nostro continente.

Notizie da un talento di rientro

Chiara Ambrogio rappresenta uno di quei talenti che, dopo una brillante carriera all’estero, a un certo punto della loro vita decidono di tornare in Italia e applicare qui le competenze apprese altrove.

Classe 1980, si è laureata in Biotecnologie Mediche presso l’Università di Torino, conseguendo poi il Dottorato in Immunologia e Biologia Cellulare. Unitasi dapprima al laboratorio di Mariano Barbacid presso il Molecular Oncology Program del CNIO di Madrid, quindi al Dipartimento di Medical Oncology presso il Dana Farber Cancer Institute (DFCI) di Boston, ha terminato la sua formazione transnazionale nel laboratorio di Pasi Janne come Senior Scientist (2016-2019). Nel 2020 è infine tornata in Italia per occuparsi di ricerca in campo oncologico presso il laboratorio della facoltà di Biotecnologie dell’Università di Torino e di insegnamento presso il medesimo Ateneo.

Dottoressa Ambrogio, come si è avviata al mondo della ricerca e quali sono stati i suoi primi step fuori dall’Italia?

Inizierei con l’illustrare ciò di cui mi occupo, e cioè ricerca in ambito medico, in particolare nel campo delle patologie oncologiche. Ho vissuto e lavorato all’estero per più di 11 anni, prima in Spagna e poi a Boston, e sono rientrata in Italia nel 2020, dove ho continuato con la mia attività di ricerca e ho iniziato a insegnare all’Università.

Com’è stata la sua esperienza all’estero?

Non sempre si va all’estero per necessità, anzi, io odio sentir parlare di “cervelli in fuga”, la maggior parte dei ragazzi va all’estero perché è curiosa; preferisco quindi parlare di cervelli in movimento. Io volevo approfondire alcuni temi scientifici di mio interesse e sono andata nei centri dove questi venivano trattati a livello di eccellenza globale. Ci tengo a dire che i ragazzi italiani partono dalle loro università con un livello di preparazione molto alto, anche se purtroppo anche questo sta cambiando e io insegnando proprio all’Università vedo uno spaccato di mondo dell’insegnamento non molto confortante perché il livello si sta abbassando vorticosamente. Io sono partita 20 anni fa e, come i miei compagni dell’epoca, ho ancora potuto beneficiare di una preparazione competitiva a livello internazionale. Mi auguro che il livello non si abbassi ulteriormente in futuro perché perderemmo un importante vantaggio sul piano sovranazionale. Poi io sono sempre stata una persona molto proattiva, desiderosa di mettersi in gioco, sono andata a cercare ciò che mi interessava. Usando una metafora, è come un calciatore che viene chiamato dalla sua squadra straniera preferita e mette in campo tutta l’energia e la passione possibili. Per me, almeno, è stato lo stesso e questo mi ha sostenuta, mi ha accompagnata e mi ha dato forza lungo tutto il mio percorso, senza dimenticare, appunto, che partivo già ben allenata, con le gambe forti e salde.

Che cosa significa andare all’estero con un bagaglio di competenze acquisite qui in Italia e poi, d’altro canto, rientrare nel proprio paese con la formazione acquisita fuori? Come si vive questa osmosi?

Lo shock culturale da rientro l’ho provato tutto, il primo anno è stato difficilissimo ed è importante sottolinearlo, inoltre il 2020 è stato l’anno del Covid e il rientro ha coinciso con il fatto che l’Italia e il mondo si stessero fermando. Tornare vicini ai propri cari, per quanto possa riempire il cuore, non è sempre rose e fiori, tutto ciò che già non ti piaceva del tuo Paese d’origine lo noti ancora di più e lo vedi amplificato dopo un periodo all’estero, per esempio nel mio caso ho davvero mal sopportato le lungaggini burocratiche, l’amministrazione estremamente complessa e, lo ammetto, un riconoscimento del merito non sempre limpido negli ambienti di lavoro. Dopo il primo periodo di adattamento, però, ho notato che si riesce a rientrare in modo coerente ed efficiente con il sistema italiano, pur mantenendo il livello di training ricevuto all’estero, e credo che questo potrà valere anche per le generazioni future perché questa ricchezza ricadrà anche su di loro. Inoltre, qui ho continuato a occuparmi di ciò di cui già mi occupavo altrove, e cioè l’oncologia molecolare, interfaccia dell’oncologia clinica che si applica, invece, sui pazienti.

Partire e poi tornare, la sfida di molti giovani che scelgono di andarsene per crescere, per coltivare nuove opportunità, ma poi desidererebbero tornare a casa. Quali consigli per loro? Come si può coltivare il proprio talento senza perdere le proprie radici?

Ai ragazzi consiglio innanzitutto di essere soggetti attivi e non passivi nella propria vita. Mi sembra che le nuove generazioni si sentano un po’ perse, senza punti di riferimento, serve loro la figura del mentore. Indipendentemente dalla disciplina che si vuole seguire, sia essa scientifica, umanistica, artistica o di altra natura, è importante che i ragazzi trovino qualcuno capace di tirar fuori e coltivare il loro talento. Quelli che sanno di avere un talento, una predisposizione, una passione, che lo usino in tutti i modi possibili, sport, arte, scienza, cerchino il più possibile le opportunità per declinarlo e farlo crescere. A tutti gli altri auguro di trovare qualcuno che possa diventare un riferimento per tirare fuori il buono e il bello che c’è in noi. Tutti abbiamo un talento, una passione viscerale che può spingerci, dobbiamo individuarlo e con quello trovare la nostra bussola. Solo così potranno affrontare sfide anche impegnative e spaventose, come quella di andare in un Paese straniero per applicare concretamente le loro conoscenze e per dedicarsi a ciò che amano.

Il talento e la passione per la scienza nel suo caso sono stati messi completamente al servizio degli altri, al raggiungimento di un più alto bene comune. Quali sono le prossime sfide nel futuro della ricerca e della medicina?

Ovviamente il risultato a cui tutti tendiamo è il debellamento completo delle patologie oncologiche. Più realisticamente, guardando alla situazione attuale, posso dire che nell’ultimo decennio c’è stata un’accelerazione logaritmica, vorticosa nella ricerca oncologica. Di tumori ce ne sono migliaia di tipi differenti, ognuno con il proprio sottotipo a sua volta diverso, non si può fare un discorso organico e onnicomprensivo, ma già adesso siamo arrivati a un punto in cui gli oncologi clinici e i ricercatori collaborano sul campo concretamente, a differenza di quando io stessa frequentavo l’università o il dottorato: ai tempi, infatti, il medico curava il paziente in ospedale ma non vedeva altro e viceversa, il ricercatore era chiuso, e da solo, a sperimentare in laboratorio. Si lavora in team multifunzionali, gli operatori dialogano tra loro e si confrontano, e questo, mi permetto un po’ di fiducia, porterà a risultati ancora più performanti.