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Autore: acd

Novel d’Art: ansie e sogni della Generazione Z

Sono un adolescente e ti scrivo di me

Un anno fa abbiamo chiesto agli adolescenti delle scuole di Cuneo di raccontare le loro ansie e i loro sogni, nella forma di un racconto, in 5000 battute, all’interno di un concorso letterario. Una scommessa tra l’utopico e il visionario. Perché gli adolescenti di oggi sono riservati, composti e silenziosi. È stato infatti sorprendente ritrovarli a migliaia nelle piazze, di recente, nelle manifestazioni a sostegno della popolazione civile di Gaza. Un anno fa, invece, nel momento in cui la pasticceria cuneese Chocolat d’Art lanciava, insieme all’associazione culturale Bottega di Storie e di Parole, il concorso letterario Novel d’Art: ansie e sogni della Generazione Z, la sfida era quella di dare voce alla loro presenza silenziosa. E scrittura e silenzio sono altamente compatibili: un adolescente non ti dice a voce quello che prova, ma può decidere di scriverlo. Gli risulta più facile. O almeno sembra risultare più facile a molti adolescenti di oggi.

Che cosa è cambiato?

Gli adolescenti sono cambiati. Matteo Lancini, psicoterapeuta, presidente della Fondazione milanese Minotauro, che si occupa di adolescenza, parla di “nuovissimi adolescenti”, tutti da scoprire. Nemmeno i manuali su di loro li raccontano più. I primi ad accorgersene sono stati proprio gli addetti ai lavori, gli psicologi dell’adolescenza. Ci sono stati i trasgressivi, i nativi digitali, gli ansiosi. E ora? Col passare del tempo gli adolescenti hanno cambiato natura, perché una delle loro caratteristiche è quella di cambiare al mutare delle variabili che fanno da cornice o da contenitore ai loro tentativi di diventare grandi. “Gli adolescenti si riempiono il piatto al banchetto che gli apparecchiamo noi adulti ed evolvono adattandosi per reazione alle proposte (educative, in senso molto ampio) di chi è già cresciuto”, scrive la psicoterapeuta Stefania Andreoli nel saggio “Mio figlio è normale? Capire gli adolescenti senza che loro debbano capire noi” (BUR 2020). Quindi il loro modo di “nutrirsi” dipende da quello che gli mettiamo nel piatto: lo stato di salute dei giovani fa la diagnosi all’intera società. Gli adolescenti oggi non sono quelli di ieri e non sono nemmeno quelli dei casi di devianza estrema restituiti dalla cronaca. La provocazione di Stefania Andreoli è precisa: gli adolescenti, per come un tempo li abbiamo conosciuti, sono scomparsi. Al loro posto incontriamo “ragazze e ragazzi silenziosi, educati, composti, puliti, impegnati”, tutti con una gran paura di deludere. Chi? Noi adulti. Sono diventati così poco ribelli che accettano anche di essere etichettati per quello che non sono. Soprattutto sembrano aver smesso di usare l’adolescenza per diventare grandi. E questa rinuncia al magma trasformativo dell’adolescenza, più che una loro scelta autonoma, sembra essere l’effetto di un cambiamento di scenario, la loro risposta rassicurante al cambiamento degli adulti, un po’ adolescenti tardivi (gli “adultescenti” descritti da Massimo Ammanniti) e un po’ genitori disorientati, confusi, in difficoltà su tanti fronti. È stato inibito un processo naturale. Per questo è necessario prendere atto che nell’attuale cultura manchiamo di un insieme di conoscenze adeguato in materia di adolescenza, descritta erroneamente più come un fastidio che come un periodo funzionale al tentativo di diventare adulti.

 

Cosa raccontano gli adolescenti di sé stessi

Per capire “i nuovissimi adolescenti” dobbiamo dunque entrare in contatto con loro e con il loro modo di sentire le cose. Al concorso Novel d’Art: ansie e sogni della Generazione Z – ideato su ispirazione del giornalista de La Stampa Piero Dadone, sponsorizzato dalla pasticceria Chocolat d’Art e organizzato da Bottega di Storie e di Parole – hanno partecipato 74 adolescenti delle scuole superiori di Cuneo-città che hanno messo mano alla penna, alla tastiera del pc o dello smartphone, per raccontare di sé; 74 punti di vista originali ed emotivamente autentici, da cui emerge un sentire comune, che si configura come un sentire ”al quadrato”. Quali sono le loro ansie? E i loro sogni? C’è la paura di perdersi, quella del futuro, di crescere, della pressione sociale, di non essere abbastanza, dei social, questi ultimi spesso corresponsabili dell’aumento della loro insicurezza e del loro isolamento, dell’innesco di comportamenti autolesivi e di disturbi del comportamento alimentare. C’è il desiderio di un passo lento, di esprimersi attraverso l’arte, di scorrere insieme alla vita e non solo sugli schermi degli smartphone, c’è la voglia di farcela, la sensazione di una crisi identitaria generazionale “perché non si capisce dove il mondo se ne stia andando”. Questi racconti sono una corale richiesta di attenzione, in cui c’è tutta la loro paura del giudizio e tutto il loro bisogno di sognare. Potenza del dialogo interno! Tradotta in racconto e consapevolezza.

Scrivere perché…

aiuta a fare contatto con sé stessi; a nominare le emozioni e ad attraversarle; a esplorare ed esprimere la connessione tra modelli di pensiero, credenze personali, valori, vissuti. La scrittura aiuta a creare un ponte nelle fratture biografiche, perché la narrazione restituisce significato e permette di voltare pagina. Scrivere non modifica gli avvenimenti che sono ormai accaduti, ma consente di leggerli in chiave differente, di assumere rispetto ad essi un diverso atteggiamento emotivo. La scrittura inoltre è un principio d’ordine, per la sua capacità di dare forma al disordine dell’esperienza. La scrittura porta a una graduale accettazione del proprio sentire e dunque libera dalle barriere difensive e dalle gabbie del giudizio. Nominare e condividere il proprio mondo emotivo lo rende immediatamente più abitabile. Per tutte queste ragioni, oltre ai numerosi premi prestabiliti, si è deciso, anche su sollecitazione della giuria che ha lavorato con cura e sensibilità alla selezione dei finalisti, di pubblicare in un volume “tutti” i 74 racconti dei partecipanti, per dare valore al gesto compiuto da ciascuno di loro: aver cercato e scelto le parole adatte a lasciare un segno rispetto a cosa significhi oggi avere un’età compresa tra i 14 e i 19 anni; essersi concessi una pausa, nella fretta quotidiana, perché per scrivere bisogna rallentare, così come per “vedere” ed “essere visti”. La scrittura è un “tempo diverso” e forse è proprio questo di cui hanno bisogno e che chiedono a loro stessi e a noi.

Scoprire il talento, valorizzare la squadra

Mai nessuno come lui. Ferdinando De Giorgi è l’uomo dei Mondiali di volley: ne ha vinti tre da giocatore – tra il 1990 e il 1998 – come palleggiatore di quella Generazione di fenomeni rimasta nella storia, e due consecutivi da allenatore, l’ultimo a settembre 2025. Intanto è stato protagonista di una carriera ricca e preziosa che porta anche il nome di Cuneo. In città, in massima serie, è stato giocatore dal 1994 al 1997, poi è tornato nel 2000 rivestendo anche il ruolo doppio di giocatore e allenatore, iniziando una carriera in panchina che l’ha portato fino alla guida della Nazionale azzurra di volley maschile. Lo scorso 28 settembre, nelle Filippine, ha accompagnato al trionfo iridato gli azzurri, battendo la Bulgaria in finale e conquistando così il secondo titolo mondiale consecutivo, incollando alla televisione milioni di tifosi.

Talento, educazione, dedizione al lavoro sono concetti che esprime al meglio e che vengono espressi anche nel suo libro «Egoisti di squadra» (Mondadori), dove il commissario tecnico campione del mondo racconta come esaltare il gruppo, senza sacrificare il talento. Un gioco di equilibri che Fefè è riuscito ad armonizzare al meglio conquistando il pubblico. «Il gruppo che alleno, e che ha vinto questi ultimi due Mondiali, ha conquistato quella che definisco la medaglia più difficile e complicata: quella del trasmettere emozioni – racconta -. Le persone li guardano con piacere, questa è la cosa più bella. Non rimangono solo le vittorie, questo gruppo di ragazzi ha una sua sostanza, indipendentemente dai risultati». Non a caso nel suo libro De Giorgi parla tanto di valori, e di come sia necessario allenarli. «Come? Mettendoli in pratica! Solo sperimentandoli giorno per giorno, infatti – si legge in un passaggio -, è possibile scoprire che il valore dei valori è quello di forgiare la propria “forza d’animo”, quel sentimento vitale che ti permette di affrontare a viso aperto ogni difficoltà e di confrontarti, senza paura e con un certo gusto, con ogni limite e avversità. Da allenatore posso affermare che è fondamentale affinare questa capacità, poiché, solo attraverso la costante applicazione di quest’ultima, la potenzialità inespressa – specie dei giovani – può trovare uno spiraglio di luce e realizzarsi pienamente».

De Giorgi, l’hanno già soprannominato l’uomo dei record. «Mi fa piacere ovviamente, ma non mi sento “strano”. I Mondiali sono diventati cinque nel corso di una lunga carriera. Quando mi chiedono come ho fatto, io rispondo sempre: “Uno alla volta”. È una battuta ma solo fino a un certo punto, sono le opportunità e le situazioni che si sono create durante la carriera ad averli resi possibili. È importante farsi trovare pronti, ho cercato di sfruttare al meglio i momenti, certo vincere non è facile. Sono orgoglioso».

Come si fa a non far prevalere i singoli sul gruppo? «In generale nei gruppi di lavoro serve armonizzare l’interesse di tutti. I componenti del gruppo devono essere portati a mettere il loro talento a disposizione della squadra, senza mortificarlo. E non è scontato. Ma creare un ambiente stimolante, coinvolgendo e responsabilizzando, con obiettivi possibili, può servire a trovare l’equilibrio. È necessario, prima di tutto, conoscere le persone, dedicare tempo ai singoli, essere attenti anche ad aspettative e bisogni di ognuno per portarli dentro un obiettivo comune».

Cosa c’è dietro un percorso vincente? «Tante cose, ogni successo nasce da altre situazioni che magari non hanno rappresentato dei momenti positivi. Tra un Mondiale e l’altro ci sono avvenimenti diversi, anche sconfitte, situazioni difficili, e da lì si prende la forza di reagire e cambiare le cose. Devo dire che con questo gruppo abbiamo avuto un percorso d’eccellenza giocando sempre per le medaglie ma, ad esempio, quest’anno in VNL abbiamo perso contro la Polonia in finale (poi superata in semifinale al Mondiale, ndr) e non ci è piaciuto neanche il come è successo. Quello però è diventato uno stimolo più forte, creandoci un’altra opportunità e sfruttandola al meglio».

Settembre si era aperto con la vittoria mondiale della Nazionale femminile di volley di Julio Velasco. Uno stimolo o una forma di pressione? «Siamo i primi tifosi l’uno dell’altro. Le ragazze sono state un grande stimolo. Vederle giocare così, soprattutto in finale e semifinale, è stata una fonte di ispirazione, anche per l’atteggiamento messo in campo. Il volley ha vissuto un momento speciale e storico, vincere un Mondiale femminile e uno maschile nello stesso anno è qualcosa di unico».

Cosa direbbe ad un giovane che vuole trasformare la sua passione in lavoro? «Bisogna impegnarsi, certo, coltivando la passione e lavorando bene con gli altri. Il nostro compito è ispirare un giovane a fare sport, a divertirsi con la propria passione, portandolo a dare il massimo. I ragazzi devono essere consapevoli, però, che non serve essere perfetti per raggiungere un risultato». C’è molto altro. Parola di Fefè De Giorgi

Bellezza è comunità.
La funzione pubblica dell’opera d’arte e il ruolo degli artisti

L’arte pubblica viene spesso associata alla grande famiglia dell’arte contemporanea, la cui definizione è ancora oggi popolarmente nebulosa e semisconosciuta. Cosa si intende, dunque, per arte pubblica?

[Halilaj] Lavorare nello spazio pubblico significa per me attivare i luoghi in modi nuovi, aprire una riflessione su come si abita lo spazio e su cosa significhi condividerlo. Quando il lavoro nasce dal dialogo con le persone che abitano quello spazio, l’opera diventa un atto condiviso, un intreccio di voci e memorie. Il coinvolgimento della comunità non è un semplice processo partecipativo, ma qualcosa di organico, come se l’opera crescesse da sé, nutrita dalle relazioni che la attraversano. Quando emerge da un confronto autentico e da una partecipazione attiva, il risultato non è solo un oggetto o un’installazione, ma un’azione che favorisce la coesione sociale in modo più profondo e duraturo.

[Papini] L’arte pubblica oggi non è definita solo dalla sua collocazione fisica, ma dalla capacità di generare relazioni e di attivare processi piuttosto che offrire al pubblico oggetti finiti e chiusi, che non lasciano spazio all’interpretazione. Se contasse solo il dove potremmo accontentarci dell’arte pubblica che già abbonda nelle nostre piazze, quella dei monumenti ideati per celebrare e ostentare il potere costituito, o i grandi protagonisti della Storia. A partire dagli anni Novanta invece, l’arte nello spazio pubblico si afferma in Italia superando le logiche celebrative e di arredo urbano, creando presenze che cambiano chi le guarda. La questione centrale dal mio punto di vista non è il dove, ma il come: come quell’opera entra in relazione con chi abita quel luogo, con la sua storia e con le sue contraddizioni.

Come definisce il ruolo dell’arte in contesti pubblici? Quali responsabilità ha verso il pubblico?

[Halilaj] L’arte nello spazio pubblico ha l’opportunità di portare alle estreme conseguenze quello che l’arte contemporanea può fare: non si limita a occupare uno spazio, ma ha la forza di trasformarlo in un campo di possibilità, un terreno fertile in cui fare crescere un pensiero. Non è mai solo una questione estetica e poetica, né solamente sociale o politica. Significa prendere una posizione, ma al contempo saper accogliere e immaginare. Questa possibilità è la dimensione più affascinante dell’arte pubblica.

[Papini] L’arte ha la libertà e la possibilità di proporre nuove visioni, di immaginare futuri possibili. In questo senso, può diventare un elemento mobilitante, perché non si limita a rappresentare la realtà, ma la interroga e la trasforma, generando un senso di potenziale collettivo. Credo sia fondamentale mettere in discussione l’idea stessa di centralità e dare spazio e importanza a narrazioni che si sviluppano ai margini, per restituire dignità a ciò che è stato ignorato o emarginato.

Da dove nasce e come si colloca l’opera Abetare (un giorno a scuola) in tutto questo?

[Halilaj] Abetare, che in albanese significa abecedario, prende il nome dal libro illustrato con cui ho imparato a leggere e scrivere. Era un testo strutturato in modo che ogni lettera dell’alfabeto avesse una lezione connessa con disegni e testi. Nel 2010, sono tornato a Runik, il villaggio in Kosovo dove a cinque anni mi sono trasferito con la famiglia: ho notato che la mia vecchia scuola elementare, un luogo sopravvissuto alla guerra, stava per essere demolita. Quando iniziai a filmare i banchi accatastati all’esterno, un gruppo di bambini mi chiamò per mostrarmi da vicino cosa c’era sopra: disegni, graffiti, incisioni, stratificati nel tempo. Erano segni lasciati da generazioni di studenti che avevano vissuto il crollo della Jugoslavia, la guerra, la ricostruzione. Così è nata la serie. Una raccolta di disegni trovati sui banchi, tra cui case, animali, cuori, riferimenti alla guerra e alla pop culture, che poi ho combinato tra loro e trasformato in sculture monumentali in acciaio o bronzo. Questi frammenti dell’immaginario infantile, ingranditi e tradotti in tre dimensioni sono qualcosa di universale. Sono il modo in cui i bambini, in ogni epoca, trasformano ciò che li circonda in qualcosa di personale e magico. Negli anni, il progetto si è ampliato: ho cercato disegni in scuole abbandonate in tutti i Balcani – Albania, Bosnia, Croazia, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia, Slovenia – e ora anche a Dogliani, in Italia. Ogni nuovo luogo aggiunge uno strato alla mappa intima che sto costruendo, una geografia emotiva che si sovrappone a quella ufficiale.

[Papini] Abetare (un giorno a scuola) fa parte di Radis, il progetto di arte nello spazio pubblico ideato e promosso dalla Fondazione Arte CRT in collaborazione con la Fondazione CRC, di cui sono la curatrice. Radis si dedica a promuovere interventi di arte pubblica in piccoli centri del Piemonte, intervenendo sul territorio piemontese attraverso un percorso di coinvolgimento di abitanti, enti locali e associazioni. Le opere nascono da un dialogo profondo con il territorio. Il progetto non è inteso come un formato rigido, ma gioca tutto sulla costruzione di una relazione, sia con l’artista sia con il contesto, agendo come una coreografia che suggerisce un percorso, ma lascia spazio all’interpretazione individuale. L’opera di Petrit Halilaj a Dogliani è emblematica in questo senso: non è un monumento statico, ma un luogo di memoria condivisa che cresce con chi lo frequenta, che cambia con le stagioni, con le storie che vi si depositano.

Abetare (un giorno a scuola) quindi è una fiera celebrazione dell’immaginario infantile, che connette territori diversi e lontani, uniti dallo stupore dello sguardo dei bambini. In che modo l’opera riesce a creare tali connessioni, ad elaborare traumi storici e ricostruire quel senso di comunità proprio dell’arte pubblica?

[Halilaj] I disegni dei bambini sono, per me, una porta verso la libertà. L’universo infantile è stratificato e infinitamente complesso. Tragedia, speranza, fantasia e realtà coesistono in simultaneità disordinata. Questi disegni racchiudono verità che spesso gli adulti non riescono a esprimere. I bambini hanno una straordinaria capacità di assorbire e processare situazioni difficili con gioco e leggerezza, manifestando grande resilienza.

[Papini] L’opera dimostra come i segni privati possono diventare un simbolo di un’infanzia universale e un ponte che connette comunità diverse. Con Abetare (un giorno a scuola), i disegni incisi sui banchi, tracce private e quasi invisibili, diventano, attraverso l’opera, un monumento collettivo, simbolo di un’infanzia universale. L’opera non impone un significato, ma crea uno spazio in cui ognuno può proiettare la propria memoria o desiderio.

Come vede il suo lavoro in un momento storico così complesso, in cui l’arte è sempre più chiamata ad avere parola in ciò che le accade intorno? Quali sono le prospettive future?

[Halilaj] Nei miei lavori cerco spesso di decentrare la narrazione, includendo voci periferiche e spazi nascosti. Forse è questo il modo più onesto di pensare all’arte pubblica oggi: non come un centro, ma come un campo aperto di possibilità, capace di accogliere anche il cambiamento e di evolversi nel tempo. Quando chi osserva o abita l’opera si sente trasportato in un altro regno, si crea una dimensione intima e condivisa allo stesso tempo. Credo che la monumentalità non sia definita né dalla scala né dal materiale dell’opera, ma dal modo in cui le persone se ne appropriano e la vivono. È questa capacità di trasformazione che rende un’opera un “monumento”.

[Papini] Per quanto riguarda l’Italia, l’arte pubblica spesso dipende da iniziative isolate o finanziamenti discontinui, in assenza di politiche nazionali coordinate. Inoltre, la possibilità di lavorare su temporalità lunghe è qualcosa che qui manca rispetto all’estero. Il futuro dell’arte pubblica dipende dal riconoscere che lo spazio pubblico non è uno sfondo neutro da abbellire, ma un campo relazionale orientato verso forme sempre più partecipative e attente alle questioni sociali ed ecologiche. Ritengo necessario affrontare senza compromessi la questione dello spazio pubblico sempre più asettico e sorvegliato: non limitarsi a decorarlo, ma sabotare la sua neutralità, introducendo attriti, domande e possibilità impreviste. Mi immagino un futuro dove l’arte pubblica resista alla spettacolarizzazione e sia più relazionale, meno monumentale e iconica e più processuale.

“La bellezza salverà il mondo” recita una celebre e abusata citazione di Fëdor Dostoevskij.
Per concludere: cos’è per lei la bellezza e, soprattutto, può davvero essere collettiva?

[Halilaj] L’arte e la bellezza sono anche una forma di sopravvivenza e di gioco. Mi permettono di esplorare e immaginare altre possibilità. Ancora oggi, il mio lavoro è un modo per tornare a Runik, alle mie origini, alle prime domande essenziali. E, soprattutto, è un modo per interrogare la storia che continua a ripetersi. Attraverso l’arte cerco di trasformare traumi, paure e memorie in qualcosa che apre, che libera, che vola. Vorrei che il futuro somigliasse meno alla violenza del passato e più a un paesaggio dove possiamo respirare, desiderare, inventare altre forme di vita insieme. Attraverso l’arte, ho sviluppato un senso di casa più ampio. Trovo casa non solo a Runik, ma anche in molti altri luoghi. Questo senso di appartenenza espansa mi permette di connettermi al mondo.

[Papini] L’arte contemporanea ha abbandonato da tempo il concetto canonico di bellezza: la sfida si è spostata dall’esplorare la bellezza come categoria astratta o canone estetico all’attivare la sua capacità di diventare uno strumento di trasformazione. La bellezza di cui si parla non è un ornamento o un’armonia perfetta, ma una forza attiva: qualcosa che può guarire, unire, aprire nuove possibilità di senso. È vero che l’incontro con l’arte inizia spesso come un’esperienza intima e personale: quando l’arte pubblica funziona, quella fruizione intima diventa per forza di cose condivisa, e si trasforma in una sensibilità comune. Non cancella la dimensione personale, ma la amplifica, mettendola in dialogo con altre storie e altri sguardi.

Ambiente e clima. Quando l’unione è la sola forza per salvare iI pianeta

Professoressa Palazzi, lei di cosa si occupa esattamente?

Io sono nello specifico una climatologa, studio pertanto il clima, i suoi movimenti, i suoi cambiamenti, e ho la fortuna di farlo da un osservatorio speciale: le montagne. Le montagne, tutte le montagne, dalle vicine Alpi alle grandi catene montuose dell’Asia e del Sud America, sono indicatori naturali straordinari dello stato di salute del pianeta, dei cambiamenti a cui questo è soggetto, le definiamo proprio sentinelle del cambiamento climatico per questo. Noi esseri umani siamo gli agenti principali del cambiamento climatico e lo stiamo apportando a una velocità esorbitante, in un turbinio di fenomeni mai individuati prima della Rivoluzione Industriale, anche se l’accelerazione più impattante l’abbiamo avuta dalla seconda metà del Novecento. I cambiamenti che abbiamo apportato attraverso l’aumento dei gas serra di origina antropica si ripercuotono sulle nostre stesse vite e lo vediamo negli eventi estremi, che sono quelli più raccontati, più spaventosi, anche più notiziabili alla luce delle ripercussioni gravi e immediate sul territorio e sulla popolazione. È giusto e doveroso parlare degli eventi catastrofici, ma ci tengo a ricordare come tutti gli aspetti del cambiamento climatico debbano essere raccontati. I cambiamenti più lenti hanno effetti a lungo termine e forse ci risulta difficile ragionare proiettandoci nel futuro, in qualcosa di ancora lontano da noi, ma parliamo di effetti le cui conseguenze non saranno meno gravi, quindi invito chiunque si occupi di informazione e comunicazione a parlare di tutti gli aspetti del cambiamento.

Quali sono gli impatti, le conseguenze, gli effetti appunto meno visibili, ma altrettanto gravi, a cui dovremmo iniziare a prestare maggiore attenzione?

Iniziamo col dire che anche gli effetti non legati a catastrofi o devastazioni non sono più così “micro”, ma anzi iniziano a essere macroscopici sotto più punti di vista. Solo per citarne alcuni, diametralmente opposti ma correlati, la riduzione temporale della stagione della neve e le ondate di caldo in estate. Le nevicate, per esempio, come ampiamente dimostrato da numerose ricerche scientifiche, arrivano dopo, in tardo autunno, e la neve al suolo accumulata nel corso dell’inverno fonde anzitempo in primavera. Abbiamo, dunque, una stagione più corta con una neve che fonde in anticipo e rilascia l’acqua a valle prima di quando serva. Nei decenni passati, invece, fondeva in primavera avanzata e arrivava in estate, quando ce n’era più bisogno. Oggigiorno se quell’acqua non la conserviamo, va “persa” in mare da cui poi non è più possibile utilizzarla con facilità come avviene per l’acqua dolce. Meno acqua di fusione significa meno acqua per l’agricoltura, per le case, per la produzione energetica. Impatti diretti sulla vita e sulla qualità della vita e non solo sull’estetica del territorio montano, ma neanche quest’aspetto è totalmente secondario poiché afferisce all’impatto culturale per chi ci vive. Poi ci sono, come anticipato, le ondate di calore che riguardano soprattutto le città di pianura, dove risiede la maggior parte delle persone, con impatti gravi ed evidenti sulla salute con morti precoci in fasce vulnerabili della popolazione. Tra gli effetti più piccoli ma non secondari, ancora, c’è la perdita della biodiversità. Stiamo infatti assistendo a spostamenti di animali a quote più elevate, ad una modifica la linea vegetazionale, ad un degradamento qualitativo e quantitativo dei suoli. Ma dalla biodiversità dipende la salute dell’ecosistema: più questo è vario, più diventa effige di benessere.

Cosa significa prendersi cura dell’ambiente e, al contempo, prendersi cura della nostra salute tutelando la natura che ci circonda?

A livello individuale possiamo innanzitutto impegnarci a conoscere e ad approfondire, anche perché se non conosciamo saranno sempre gli altri a decidere per noi. Nessun luogo che non si conosce si può amare e curare, un po’ come avviene con una persona. Frequentare i luoghi e gli spazi, comprendere quale posto occupiamo lì e nella natura circostante, diventa, allora, un esercizio fattibile anche vicino a casa, fondamentale come punto d’inizio. Poi bisognerebbe impegnarsi ad agire insieme agli altri, prima ancora che nella sola sfera individuale, perché questa non è una sfida che si possa affrontare individualmente. Servono momenti di aggregazione per parlare, fare gruppo e creare collettività: dove non arrivo io, può arrivare qualcun altro e così l’impegno diventa condiviso assumendo contemporaneamente una chiara valenza politica. In ogni caso, qualche azione personale è comunque praticabile senza grandi sacrifici: dalla scelta di ciò che mangiamo, pensando ai settori che mettono più gas serra, alle preferenze nel campo della moda e dell’abbigliamento, consapevoli di quanto sia inquinante il cosiddetto “fast fashion”, fino alla volontà di utilizzare, laddove è possibile, biciclette o mezzi pubblici. Ogni azione virtuosa può contaminare gli altri e dobbiamo quindi imparare a ragionare con un approccio sistemico nel quale ogni componente interagisce con gli altri esattamente come avviene nel sistema fisico-climatico.

Quale può essere un esempio di buona prassi nell’impegno per l’ambiente e per il contrasto al cambiamento climatico?

Mi vengono in mente soprattutto i ragazzi dei Fridays for Future. Il movimento nasce con l’intento di battersi per il clima, ma ben presto capisce che quando si va in piazza a protestare pacificamente per ragioni climatiche, si manifesta in realtà per garantirsi un futuro equo e di possibilità. Il clima che cambia mette in crisi diversi aspetti delle nostre comunità, contribuendo a deteriorare altre crisi come quella del sistema sanitario, delle disuguaglianze sociali, delle disparità di genere, dei flussi migratori. I ragazzi del Fridays, allora, scendono in strada reclamando le stesse istanze per le quali i loro genitori o i loro nonni riempivano le piazze negli anni Sessanta. In questo scorgo una straordinaria circolarità intergenerazionale di idee e di diritti che celebra le relazioni umane, il senso della collettività pubblica e traccia, forse, una strada da perseguire per non limitarsi a subire passivamente gli effetti della crisi climatica, ma per provare, al contrario, a instillare nei giovani e negli adulti una resilienza sociale che porti a reagire al cambiamento in atto attraverso un vero e proprio impegno civile quotidiano.